Faida in ospedale, chirurgo indagato per calunnia
La procura chiude l'inchiesta sul "corvo" e indica il presunto colpevole di una serie di lettere anonime. Dietro la vicenda, gelosie e rivalità nella cardiochirurgia. Accuse incrociate, tra cui quella di aver redatto una ricerca scientifica con i dati "gonfiati"
L’indagine sul “Corvo” della cardiochirurgia di Varese si chiude con un’accusa pesante. La procura ritiene che le lettere anonime inviate ai familiari di una donna morta dopo un’operazione, nel 2012, siano state scritte dal professor Giovanni Mariscalco, un chirurgo varesino, a cui vengono contestate anche diffamazione, calunnia, violazione della privacy e di atti pubblici, perché nella lettera anonima era stata inserita la cartella clinica della paziente. Le missive accusavano un collega dello stesso reparto, Vittorio Mantovani, di aver fatto errori gravi e la procura chiederà presto il rinvio a giudizio
Il medico indagato, tuttavia, si difende e affida al suo legale la risposta: «Il mio cliente si è presentato spontaneamente dal magistrato – osserva l’avvocato Piero Magri – e le lettere furono almeno quattro, scritte da mani diverse. Tuttavia ricordo che abbiamo due perizie tecniche che ci confermano gli errori commessi in quella vicenda dall’altro medico». Come dire, non si può sapere davvero chi abbia spedito le buste incriminate, ma in ogni caso, se il fatto è vero, non c’è alcuna calunnia.
La storia, da qualunque parte la si guardi, è sconcertante. Dalla lettera anonima era nata un’indagine per omicidio colposo a carico di Mantovani ma la procura è orientata in questa fase a scagionarlo, sulla scorta di una perizia disposta dal magistrato. Persino il direttore generale dell’ospedale Callisto Bravi evita di fare commenti, perché, dice, «non ho parlato con i diretti interessati e non conosco le carte giudiziarie».
Il retroscena, tuttavia, suscita qualche preoccupazione. Il medico indagato, poco tempo prima delle lettere anonime, era stato a sua volta “accusato” da Mantovani di aver realizzato uno studio scientifico – inviato all’Università di Umea in Svezia – in cui avrebbe “gonfiato” i casi esaminati. L’articolo si chiamava «Relationship between atrial histopatology and atrial fibrillation after coronary bypass surgery». Il chirurgo aveva effettuato il lavoro nel 2006. Mantovani aveva scritto agli svedesi e segnalato in ospedale a Varese il problema. Il collega, per tutta riposta, lo ha denunciato per diffamazione. Chi ha ragione? Il procedimento è in itinere e gli atti sono stati inviati a Busto Arsizio per competenza. Ma la procura ha una sua idea: ritiene infatti che l’articolo scientifico avesse effettivamente delle lacune, poiché, dopo l’indagine della squadra mobile, è emerso che non sono rintracciabili i dati di quasi una trentina di pazienti esaminati, rispetto ai settanta circa indicati. Ufficialmente, gli svedesi hanno confermato che lo studio è valido, ma lo hanno fatto sulla scorta di rassicurazioni giunte dall’ospedale di Varese. La procura, è bene dirlo, non ha contestato nulla sul punto, poiché si tratterebbe, diciamo così, di una sorta di accomodamento scientifico, ma non finalizzato a intascare soldi. Tuttavia il dirigente medico che ha inviato la lettera in Svezia è formalmente indagato anche se in una posizione marginale che potrebbe essere presto archiviata (era una lettera ufficiosa, non costituirebbe un documento probante). Come se non bastasse, gli indagati non finiscono qua: c’è anche l’ex primario di cardiochirurgia Andrea Sala, un luminare molto noto a Varese ma per questioni che nulla hanno a che vedere con morti e studi sospetti (Mantovani lo aveva accusato di mobbing e gli vengono contestati, di conseguenza, presunti maltrattamenti). Infine, in una posizione marginale che potrebbe presto sfumare, un medico a cui è stato trovato del materiale sensibile relativo a operazioni di pazienti dei colleghi.
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