Univa: “Politica industriale grande assente della campagna elettorale”
Dura presa di posizione del presidente dell'Unione Industriali di Varese Giovanni Brugnoli, che ha manifestato solidarietà ad Agusta Westland come tutta la giunta di Univa, rimarcando l'indebolimento sui mercati proprio di quelle imprese che vantano una lunga tradizione nella cantieristica e nell’impiantistica all’estero
Il tema “impresa e lavoro” è il grande assente dal dibattito elettorale di queste settimane. «Ma non solo da oggi – afferma il Presidente dell’Unione Industriali Giovanni Brugnoli -. L’assenza di questi giorni è solo indicativa della grande frattura esistente tra mondo politico e problemi veri del Paese. Si tratta di una frattura che dura drammaticamente da decenni. Nei quali la politica industriale è del tutto scomparsa dalle preoccupazioni di chi ha governato il Paese. Prima e dopo, alternandosi a vicenda».
E’ questa l’amara constatazione emersa con forza nel corso dell’ultima riunione della Giunta dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Un’opinione del tutto condivisa. Sia dalle imprese di maggiori dimensioni, quelle che fanno ricerca e innovazione, che sono presenti sui mercati internazionali e che trainano il vasto mondo delle piccole imprese subfornitrici. Sia da queste ultime, che insieme alle consorelle di maggiore taglia costituiscono l’ossatura delle filiere produttive, garantiscono segmenti di qualità costruttiva, offrono una platea di componenti e di servizi che irrobustiscono i distretti e contribuiscono all’affermazione del Made in Italy nel mondo.
«Tutte queste imprese sono state lasciate sole per decenni – prosegue Brugnoli – in compagnia soltanto di una burocrazia soffocante, di un fisco esoso, di servizi infrastrutturali inadeguati, di utility dal costo esorbitante rispetto a quanto costano elettricità e gas all’estero. Di un fare e disfare leggi creando solo estrema confusione, in una tela di Peneolope che appare e scompare senza mai lasciar intravedere un obiettivo chiaro, un sentiero sicuro, una certezza per chi investe.
Non ci si deve allora meravigliare dei segnali di declino, dei dati sulla moria delle imprese e sull’aumento dei disoccupati e della cassa integrazione, che sono il segno della grande difficoltà che le imprese italiane hanno ad uscire dalla crisi». Tornare a fare politica industriale significa rimettere l’impresa al centro. «Sì, occorre cambiare paradigma. Non si può più pensare che il successo delle imprese sui mercati sia una variabile indipendente. Occorre ricreare un ambiente favorevole, con costi ragionevoli e condizioni competitive a livello di sistema economico in linea con quelle dei Paesi nostri concorrenti». Ma ancora non basta. «Queste – precisa il Presidente Brugnoli – sono soltanto le precondizioni. Fare politica industriale significa darsi una prospettiva di lungo periodo nella quale concentrare le poche risorse utilizzabili per azioni strategiche. Significa darsi degli obiettivi e agire poi con interventi efficaci e duraturi. Significa che pubblico e privato, imprenditori, lavoratori e istituzioni, devono interagire concependosi gli uni e gli altri come protagonisti di un’unica cordata. Non come estranei o peggio antagonisti». E aggiunge: «Di fronte a episodi come quelli di questi giorni, che hanno coinvolto alcune tra le imprese che rappresentano i gioielli di famiglia dell’industria italiana, viene da domandarsi se non ci si stia facendo del male da soli. Pur nell’esercizio doveroso dell’attività inquirente, si dovrebbe avere tutta l’accortezza per evitare che gli addebiti ai singoli abbiano a ripercuotersi sull’operatività delle aziende. Sulle loro commesse, presenti e future. E, di conseguenza, sul mantenimento dei livelli occupazionali. Ma anche sulla loro patrimonializzazione, per la quale influisce, non poco, l’immagine internazionale della stessa azienda e del Paese intero».
Ad AgustaWestland è stata espressa piena solidarietà da parte del Presidente Brugnoli e dell’intera Giunta.
Ma al di là dei singoli casi che fanno notizia, è veramente preoccupante l’indebolimento sui mercati proprio di quelle imprese che vantano una lunga tradizione nella cantieristica e nell’impiantistica all’estero. Imprese che hanno fatto conoscere anche nei Paesi più lontani il valore di un’industria italiana tecnologicamente avanzata, capace di risolvere a volte i problemi più complicati, forti di una filiera di subfornitura di eccellenza. Imprese, peraltro, costrette a fare sempre da sole, mentre quelle straniere concorrenti non solo si muovono abitualmente con il pesante sostegno della diplomazia del proprio Paese, ma possono contare anche su facilitazioni che meriterebbero di entrare a far parte di quella politica industriale di cui si sente forte la mancanza. In Francia, ad esempio, le imprese che assumono giovani per mandarli a lavorare all’estero sono esentate dal versamento dei contributi sociali se la permanenza fuori dai confini dello Stato dura per più di 120 giorni all’anno. E’ un modo, semplice, per sostenere la propensione all’internazionalizzazione. «Già – chiosa Giovanni Brugnoli – altrove si decide e si agisce. Da noi, invece, l’intero dibattito politico è assorbito dagli scambi di accuse per gli errori, veri o presunti, del passato. Questo strabismo è deleterio. Occorre rivolgere lo sguardo al futuro. Se non si recupera un po’ di pragmatismo, non si andrà lontano».
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