“Ogni lombardo versa 108 euro all’anno alla mafia”
Una ricerca del centro TransCrime analizza come sia radicata la mafia nel nord del Paese e come questa si sia infiltrata nel tessuto economico. Ma presto sarà disponibile un modello per proteggere gli appalti più a rischio
La presentazione dei membri del comitato antimafia di Busto Arsizio è stata anche l’occasione per la presentazione di una recentissima ricerca che il centro TransCrime ha realizzato per studiare l’infiltrazione mafiosa nel Nord Italia e in Lombardia. Dai dati raccolti emerge che a livello nazionale il ricavo delle attività illecite che spazia tra i 10,6 e i 15 miliardi di euro all’anno (lo 0,7% del Pil) e la performance della Lombardia è di "tutto rispetto". E’ di circa 1 miliardo di euro il ricavo annuale delle attività illecite nella regione il che significa che ogni cittadino lombardo "versa" nelle casse delle mafie 108 euro ogni anno. Il reddito proviene dai campi più svariati: non solo i classici usura, estorsione e droga ma anche armi, gioco d’azzardo, contraffazione e sfruttamento sessuale. «Noi criminologi continuiamo a proporre di ridurre le possibilità e le opportunità per i criminali» spiega il direttore di TransCrime, Ernesto Savona, puntualizzando che «è questa la vera prevenzione, costa meno ed è anche più efficace della carcerazione dei criminali».
Nonostante ciò «il sistema non ha gli effetti desiderati nel contrasto alla criminalità organizzata» e questo si rende evidente nei dinieghi emessi dalle Prefetture. Il "diniego" in questo caso riguarda gli appalti in cui si sospetta che qualcuna delle imprese interessate sia in odore di criminalità e, sorprendentemente, tra 2009 e 2010 sono state ben 25 le prefetture (su 61) a non aver evidenziato alcun dubbio. «Questo potrebbe voler dire che in quella prefettura non c’è rischio di infiltrazione» spiega Francesco Calderone anche se «più probabilmente significa che non si è riusciti ad identificare il rischio». L’esempio che porta il membro di TransCrime riguarda la prefettura di Milano. Per quegli uffici «passano ogni anno 12.000 documentazioni e ci sono 3 funzionari a vagliarle. Questo significa che ogni pratica deve essere valutata in 20 minuti» con buona pace dell’approfondimento. Complesse scatole cinesi, intricate reti di prestanome o nebulose fonti di finanziamento non possono essere adeguatamente vagliate in un lasso di tempo così ridotto e tra l’altro, con le nuove leggi, «sta pure aumentando il carico di lavoro, ma le risorse rimangono le stesse». Di fronte a questo panorama «è impossibile pretendere un controllo a tappeto su tutti gli appalti» e proprio per questo «è meglio concentrarsi su quelli a maggior rischio».
La valutazione, però, «non viene lasciata alla discrezione degli investigatori» ma attraverso il modello Ris.I.C.O è possibile avere una valutazione il più oggettiva possibile. Il sistema, infatti, è in grado di aggregare il rischio dell’appalto, delle imprese coinvolte e dei loro gestori oltre che del territorio nel quale si va ad operare. Il risultato di questa misura «non equivale ad affermare che quell’appalto è stato infiltrato ma solamente che c’è bisogno di maggiore attenzione». Non è da escludere, tra l’altro, che il rodaggio in città di questo sistema sia uno dei primi provvedimenti della commissione antimafia.
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