Anja Lechner: ritratti in controluce

La violoncellista Ecm, presente nell’ultimo cd di Maria Pia de Vito “Il Pergolese”, parla di una musica fatta di “contrari che si appartengono”

Anja Lechner è nata a Kassel, in Germania. Studia violoncello, a Colonia e Basilea, con Heinrich Schiff e a Bloomington con Janos Starker. Adora il timbro di Rostropovich, e tra i violoncellisti contemporanei le piace Truls Mørk.
Anja possiede il fascino severo di chi chiede, al pubblico, ciò che lei dà alla musica: tutta se stessa. Non esistono compromessi neppure con la propria sensibilità. Neppure quando traghetta il suo strumento da Franz Joseph Haydn o Dmitri Shostakovich a Dino Saluzzi e Vassilis Tsabropoulos: il pianista greco che nel 2004 l’affianca nel portare le musiche del compositore-filosofo Gurdjieff in vetta alle classifiche americane di musica classica. E’ il trionfo di un’artista Ecm che ritrae silenzi. E che al fianco di Maria Pia de Vito coglie la sfida di trasformare i lavori di Giovanni Battista Pergolesi – cd “Il Pergolese” (Ecm, ottobre 2013) – in qualcosa di straordinariamente folle. Con “un nostro modo di suonare”, afferma Anja. Così, se per Gustav Mahler “la sinfonia deve essere un mondo” con tutte le sue trascendenze e trivialità, per la Lechner rappresenta un mondo sotterraneo che ancora non si conosce, con tutte le sue incognite. Ad Anja non chiedete i compositori che l’hanno fatta crescere, perché «la musica non è una gara, ma inspirazione ed espirazione; tensione e rilascio; terra e cielo; acqua e aria; e…e…e…I contrari si appartengono». Probabilmente anche in Louis Armstrong e Keith Jarrett, in Billy Holiday, Miles Davis e Bill Evans. In Charles Lloyd (quando si accompagna al pianista Jason Moran), in Ralph Towner e Bobo Stenson: sono questi i nomi che cita Anja, anche se «in giro ci sono tantissimi, fantastici musicisti, che scopro di giorno in giorno».

D’accordo: allora cosa ci si deve aspettare dalla musica, oltre la tecnica?

«Niente. Basta aprire le orecchie».

Ma la musica?

«Deve avere l’importanza che le spetta. L’interprete deve studiare note e segni con profondità, ma nella musica c’è sempre un segreto che sfugge allo spartito. È questo che va cercato affinché si generi un dialogo tra chi scrive e chi suona».

Cosa è disposta a fare per raggiungere questo segreto?
«Per studiare un brano nuovo sono disposta a fare un sacco di cose: la musica mi deve solo raggiungere o toccare».

Magari improvvisando?
«Anche. L’improvvisazione, d’altronde, ti chiede di compiere un salto e di assumerti un rischio per poter raggiungere la libertà. Da questa e dalla musica classica – entrambe con le loro difficoltà – si può imparare molto».

Musica senza espressione, antica e nuova da sempre: tra Igor Stravinksy e Ferruccio Busoni?

«Stravinksy credeva in una musica senza espressione, ma anche questo è un modo diverso di esprimersi. E Busoni vedeva in tutta la musica una componente di tradizione e progresso. Il compositore ucraino Valentin Silvestrov – la sua musica riveste una grande importanza per me – dice che tutta la musica è nell’aria, e il compositore la deve solo afferrare».

Scoprendo?

«Ho sempre cercato di ascoltare non solo la musica ma anche gli altri musicisti, me stessa, il suono del pubblico e quello delle sale e del silenzio».

Con un malinconico contrappunto dell’anima?

«La malinconia è una parte importante della creatività, anche se con la malinconia non sempre è facile trovare un accordo. Recentemente ho letto una frase bellissima: “Per vedere le stelle è necessaria una certa oscurità”. Ecco, per me questa è musica. L’infinita varietà di espressione che trovo in lei: non mi interessa come la si chiami, jazz o altro».

Un’isola deserta con tre soli strumenti: sax, pianoforte e batteria. Quale sceglierebbe?

«Mi mancherebbe tremendamente il violoncello, ma prima studiai pianoforte per alcuni anni: la scelta è inevitabile».

La musica salverà il mondo?

«Definitivamente».

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Pubblicato il 30 Novembre 2013
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