La lunga vita di Emilietta, la donna che ha come casa l’aeroporto

Dal 2005 è in attesa di una improbabile partenza per Mauritius, dove le è negato l'ingresso per ragioni riservate. Nei giorni scorsi si è diffusa la voce che fosse morta: non è così (ma dietro c'è un'altra storia drammatica)

«Sono qua da tanto tempo che quasi sono proprietaria di questo posto, è il mio castello». Cesira Ton per tutti, a Malpensa, è Emilietta. Vive in aeroporto da dieci anni. Di lei abbiamo scritto più volte, una storia curiosa e ancora in gran parte misteriosa, che riemerge nel sonnolento e uggioso agosto di quest’anno. Una storia agostana per riempire le pagine del giornale d’agosto? Non proprio: da qualche giorno circola la voce che Emilietta fosse morta, dopo essersi sentita male una sera, all’inizio di questa settimana. Ma – chiariamo subito – Emilietta è viva e vegeta, a suo modo combattiva: «È la gente che mi vuole male che ha messo in giro questa voce che sto male», dice, non appena l’avviciniamo al piano Arrivi del Terminal 1 (nella foto, Emilietta oggi, non vuol essere fotografata in volto).

L’Emilietta la si trova in fretta, basta chiedere qua e là a tutti quelli che – come lei – sono in aeroporto ma non partono: dai baristi agli addetti alle pulizie, tutti la conoscono. Seduta sulle panchine tra i viaggiatori appena sbarcati dall’aereo e in attesa magari di parenti e accompagnatori, incrocia curiosa lo sguardo degli altri, legge i titoli dei giornali esposti all’edicola. A Malpensa vive da anni, in attesa di un improbabile partenza per l’isola di Mauritius, isola a cui è legata ma in cui, per ragioni mai chiarite fino in fondo, non può rientrare: due anni fa avevamo ricostruito – fin dove era possibile – la sua storia, contattando tanto le autorità italiane quanto quelle mauriziane. «Sono come all’ergastolo», spiegava nel 2012, ripetendo di essere «sicura che il mio bene vincerà su tutto il male che c’è». La sua storia è finita anche il un film girato in un anno a Malpensa, che curiosamente ha per titolo Il Castello, la stessa espressione che usa Emilietta parlando della sua "casa".

Sono passati due anni, ma Emilietta è sempre lì, nella sua lunga vita nel Terminal. «Parlano male di lei, ma la signora – dice parlando di sé in terza persona – fa gli auguri a questo persone che un giorno trovino l’amore, quel giorno avranno finito di fare del male». Non parla delle persone che le impediscono di andare a Mauritius, ma solo delle «persone a cui dà fastidio» la sua presenza. Lei si sente cittadina dell’aeroporto, «il mio castello», e non vuole essere accomunata agli altri ospiti loro malgrado – per povertà e disperazione – dello scalo. «Io non sono una di loro, sono una persona che è stata espulsa, loro sono gelosi del fatto che io non sono una barbona, ne una che lavora qua, sono una persona con una storia che è tutta sua».

Cosa c’è di vero, dunque, nelle voci sulla morte di Emilietta? Nulla, se non che qualcuno l’ha confusa con un’altra donna, che vive nella zona delle Partenze, si è sentita male lunedì pomeriggio ed è morta dopo il trasporto in ospedale. Anche lei era conosciuta per nome – Silvana – da tante persone che lavorano in aeroporto: aveva anche una famiglia che la seguiva, ma da quattro anni aveva scelto di vivere a Malpensa, in aeroporto l’hanno ricordata anche pochi giorni fa con un rosario nella cappella dello scalo. Una delle tante storie che animano la città che non esiste di Malpensa, fatta di tanta gente che passa e va e di alcune storie particolari, conosciute da tutti ma fatte in fondo di solitudine.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 agosto 2014
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