Tfr in busta paga, cos’ha in mente il governo?

La proposta avanzata dal premier, Matteo Renzi, di anticipare il 50% del Tfr in busta paga suscita molte perplessità. Ma cosa prevede e cosa comporta per le imprese italiane?

La proposta del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, di anticipare la liquidazione (il cosiddetto Tfr: Trattamento di fine rapporto) nelle buste paghe dei lavoratori dal primo gennaio 2015, sta sucistando un vespaio. L’idea del premier è quella di restituire direttamente in busta paga una quota della liquidazione a partire dal primo gennaio del 2015. Una possibilità che, specificano dal Partito Democratico sarà possibile solo
«a condizione che ci sia un protocollo tra Abi, Confindustria e governo nella legge di stabilità».
Ma cosa comporta questa soluzione e quali sono i pro e i contro? 

A quanto riportano i principali quotidiani nazionali, l’esecutivo vorrebbe trasferire nella busta paga dei lavoratori privati (per ora non si parla di dipendenti pubblici) il 50 per cento del Tfr (molto probabilmente lasciando il lavoratore libero di scegliere se applicare o meno questa misura) e lasciare l’altra metà alle imprese fino alla fine del rapporto di lavoro. La volontarietà della misura lascerebbe libero il singolo di decidere se anticipare il Tfr, o se continuare a destinarlo a risparmio o a previdenza, senza così intaccare il proprio piano di risparmio previdenziale.  

Un esempio utile per capire la misura lo offre il quotidiano online "il Post". Secondo i calcoli del giornale diretto da Luca Sofri: uno stipendio annuale di 24mila euro lordi (corrispondenti a circa 1.300 euro netti mensili) produce un accantonamento mensile di circa 140 euro. Ogni mese quindi i lavoratori dipendenti riceverebbero in busta paga circa 70 euro in più, per un totale di circa quasi mille euro l’anno in più.

Lo scopo della proposta è quello di rimettere in moto i consumi degli italiani ma, come fa notare il"Corriere della Sera" di oggi 1 ottobre, questa misura non può servire a soddisfare due esigenze, quella dei consumi e quella del risparmio, già fortemente intaccato negli anni della crisi. 
Sempre secondo il quotidiano di via Solferino, gli accantonamenti annuali per il Tfr aamontano a circa 25 miliardi di euro. Di questi 5,2 confluiscono nella previdenza complementare (i fondi pensione), 6 vengono versati dalle imprese con più di 50 dipendenti all’Inps e 14 sono finanziamenti per le piccole imprese. Secondo l’ipotesi avanzata da Renzi, si tratterebbe quindi di un anticipo pari a circa 12 miliardi di euro, cioè al 2,5 per cento del monte retribuzioni e all’1,3 per cento dei consumi, con un entrata netta per lo Stato di 2,8 miliardi.

Il punto dolente della proposta è come (e se) le imprese verrebbero “compensate” dall’anticipo del Tfr ai lavoratori. Molte di loro rischierebbero infatti una crisi di liquidità dato che, per chi in questi anni non ha scelto un fondo pensione (la maggior parte dei lavoratori), il Tfr rimane in azienda che lo usa a sua volta per finanziarsi. 
Secondo il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, quella proposta dal Pd è una «manovra molto complessa» e secondo Giorgio Merletti, presidente di Rete Imprese Italia,è addirittura «impensabile». «Per i lavoratori il TFR è salario differito, per le imprese debito a lunga scadenza. Non si possono chiamare le imprese a indebitarsi per sostenere i consumi dei propri dipendenti».
Secondo "La Stampa" se metà della liquidazione venisse messa in busta paga, «nelle casse – già esauste – delle piccole imprese si creerebbe un buco da 5 miliardi e mezzo». 

Oltre alle imprese, secondo Alberto Brambilla, esperto di previdenza e sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005 nei governi Berlusconi, intervistato dal Corriere, si aprirebbero altre "falle" nel sistema tra le quali, quella più vistosa all’Inps, in cui all’improvviso verrebbero a mancare 3 miliardi di euro. 

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 01 Ottobre 2014
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