A Roma in bici per portare a casa il “Testamentum”

Giorgio Roncari, coi figli Tiziano e Rubens avrà un'altra storia da raccontare nella sua bottega di barbiere: dieci giorni intensi fra montagne e mare su due ruote. Il tutto 66anni dopo l'impresa di due concittadini

Il barbiere alla Francigena

L’impresa è compiuta, e lo è da oramai qualche giorno. Giorgio Roncari, il famoso barbiere scrittore di Cuvio, è rientrato dal pellegrinaggio su due ruote per raggiungere la capitale attraverso l’antica via Francigena. Pubblichiamo interamente il suo racconto di viaggio pubblicato dal sito della proloco di Cuvio (ac)

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Il barbiere alla Francigena 4 di 8

Sessantasei anni dopo il Togno e il Zepp, in occasione di un altro Anno Santo, quello del 2016, sono andato anch’io a Roma in bicicletta, assieme ai miei due figli Rubens e Tiziano. Loro l’hanno fatto per fede e un poco per competizione, in nove giorni, andata e ritorno. Noi in dieci, per voglia d’avventura e un pizzico di spiritualità visto che abbiamo seguito la Francigena, la vecchia via dei pellegrini, tornando in aereo; ma in entrambi i casi si può tranquillamente dire che è stata un’avventura entusiasmante e pazzesca.

Partiti il 2 giugno, seguendo i navigli, dopo 120 km siamo arrivati a Pavia in serata sotto l’acqua che ci ha accompagnato da Bereguardo per un ora. Abbiamo trovato posto all’Ostello di Betlem. Il giorno successivo siamo arrivati a Fiorenzuola. Durante la strada abbiamo aggiustato il portapacchi di Rubens che aveva perso una vite, a Belgioioso, e fatto la simpatica conoscenza di Pierluigi Cappelletti, il sindaco di Orio Litta, amicone dinamico e ciarliero, innamorato del suo paese col quale abbiamo parlato in dialetto per mezz’ora. Lui ha raccontato con entusiasmo di Orio, della grande villa dei Litta e della Francigena, io di Cuvio, del palazzo Litta e dell’acqua afrodisiaca. A Orio si può passare il Po con una barchetta che un barcaiolo mette a disposizione ma quel giorno non c’era e allora il fiume lo abbiamo passato sul ponte di Piacenza attraversandola dal centro storico.

Terza tappa e cominciano le salite. Faenza – dove ho comprato una pomata per la tendinite che mi ha preso all’ improvviso e non mi lascerà più – strappo di Costamezzana, discesa su Fornovo e comincia la Cisa, 40 km di arrampicata. La nostra guida, che già ci aveva fatto finire nei prati prima di Fornovo obbligandoci a portare di peso le bici di là d’un fosso, a un certo punto ci ha fatto deviare verso Bardone, un gruppo di case e un’antica chiesa. Scalata da pazzi. Sulla statale, sebbene a fatica, si poteva pedalare, qui invece le pendenze erano assurde da obbligarci spesso a spingere a mano le nostre bici appesantite dalle borse. Speravamo di arrivare a Berceto ma dopo 70 km, quand’erano ormai le 7 di sera, ci siamo fermati nella piccolissima Cassio, in un ostello ricavato da una casa cantonale.

Il giorno dopo, domenica, c’erano ancora 20 km di salita per arrivare in cima, sebbene intervallate da qualche veloce discesa. Berceto e infine il Passo della Cisa, 1050 msm, il regno dei motociclisti. Poi la picchiata su Pontremoli, Aulla e Sarzana dove facciamo tappa. E’ una bella cittadina ricca di storia e opere d’arte, del resto è terra d’origine di papa Nicolò III.

La quinta tappa è stata la più tranquilla, pedalata per metà sul piatto litorale di Carrara, Massa e Camaiore, poi Pietrasanta, la gemma della Versilia, lo strappo di Montemagno e arrivo a Lucca con le strade bagnate. Lucca è una stupenda citta storica e artistica sviluppatasi intorno al foro romano, murata, piena di chiese, peccato che all’ostello della gioventù abbiano voluto ben 35 € a testa; però in compenso abbiamo fatto l’aperitivo, seduti al tavolino vicino a Cipollini, un marcantonio.

L’acqua che avevamo evitato per quel girono, l’abbiamo presa il giorno successivo quando siamo arrivati a Gambassi Terme. Abbiamo passato Altopascio, arrancato sulla breve ma rognosa salita di S. Miniato Alto, poi Fucecchio, passato l’Arno – più grigio che argento – Castelfiorentino e la lunga e impegnativa salita di Gambassi, sotto il temporale. Sono tutti bei paesoni storici e artistici, tipici della Toscana. Durante il tragitto, fatto incredidile, ho rivisto una coppia di novaresi che avevo conosciuto durante la crocera sul Nilo di una dozzina di anni fa e non avevo più sentito. Erano anche loro in bici sebbene elettriche.
Settima tappa arrivo a Siena. Frazione tra salite dure e discese veloci. Facciamo una visita a S. Gimignano dalle cento torri, una delle più belle località che abbiamo incontrato.

Poi Colle Val d’Elsa e Monteriggioni, borgo murato in cima a un colle, dove ci ha preso un nubifragio e abbiamo dovuto attendere che spiovesse un poco. A Siena abbiamo visitato la Piazza del Campo, il duomo e le strade caratteristiche del centro invase da turisti. Abbiamo anche scambiato pareri, commenti e telefoni con un gruppo di ciclisti di Oleggio che da un paio di giorni incontravamo e che non vedremo più. Abbiamo capito che se nel nome del paese ci sono gli etimi ‘alto’, ‘colle’, ‘monte’ si tratta sempre e solo di dover salire.

La mattina dopo piovviginava. Quando il tempo era così bisognava coprire le borse con plastica per evitare che si bagnassero vestiti e ogni cosa, e indossare le mantelline che ci facevano sudare. Il tempo è stato ballerino tutto il dì e per ben tre volte ha fatto temporale. Abbiamo imboccato la Cassia, che arriva fino a Roma, attraversando la valle d’Arbia: Monteroni, Buonconvento, Torrenieri di Montalcino. Poi la Valdorcia dove sembrava di pedalare in un deserto verde fra colline e valloni e non c’era nulla se non erba a perdita d’occhio e pochissimi paesi posti sui cocuzzoli come San Quirico d’Orcia, e Radicofani dove non siamo saliti perché equivaleva fare il Cuvignone. Anche la Cassia era deserta perché interrotta causa cedimento di un pilone. Fatti 90 km ci siamo fermati, dopo una tosta salita, ad Acquapendente, ai piedi del Monte Amiata.

Stesso chilometraggio per la penultima tappa fino a Sutri in un panorama, quello della Tuscia viterbese, per noi più famigliare fatto di valli, montagne e boschi. Abbiamo attraversato Bolsena, bella e turistica, Montefiascone dove c’è il cippo dei ‘meno 100’ a Roma, gia sede papale come Viterbo, l’ultima delle grandi città sulla Francigena, Cura e Capranica facendo ancora tanta salita. A Sutri, dove siamo arrivati in volata, vi è un anfiteatro romano e una necropoli scavata nel tufo. Ho dormito ‘ner letto dove che ccià dormito a Bredde Pitte che stava a ggirà un firme qua, assieme alla Nicolle Kidmanne…’ come ci ha detto l’anziana e vivace coppia che ci ha dato l’ appartamentino e ci avevano preso in simpatia.

Ultimo giorno di fatiche, sabato 11. Abbiamo preso in salita la strada braccianese, scendendo poi a Trevignano Romano e Anguillara, costeggiando il lago di Bracciano, quindi La Storta e la lunghissima Via Trionfale. Roma, finalmente l’abbiamo vista dall’alto di Monte Mario. Attraversarla in bici non è stato certo facile in mezzo al caos del traffico e alla confusione dei turisti. Alle tre in punto, siamo arrivati in Piazza S. Pietro dove, all’ufficio della congregazione dei pellegrinaggi, ci siamo fatti dare il ‘Testamentum’ la pergamena dell’avvenuto pellegrinaggio sulla Via Francigena che i timbri fatti durante la strada testimoniano. Non siamo riusciti ad entrare in basilica e nemmeno nella piazza perche transennata e riservata ai disabili per celebrare il loro giubileo, ma per noi va bene lo stesso: abbiamo percorso 805 km, fatto montagne di salite, visto un casino di luoghi, conosciuto un sacco di persone e pellegrini, sentito i dialetti cambiare e rafforzato ulteriormente la nostra armonia famigliare.

Alla sera abbiamo girato a zonzo tra piazza Navona, piazza del Popolo, via del Corso, piazza Colonna, e fontana di Trevi presa d’assalto dai turisti e il giorno dopo, risolvendo le varie difficoltà sorte per imballare e imbarcare le bici, siamo tornati in aereo. Stanchi ma contenti.

di Giorgio Roncari

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 giugno 2016
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