Lidia Macchi, è suspence per il dna

Il processo contro Stefano Binda è iniziato ma si attendono ancora i risultati delle analisi

Processo Lidia Macchi

Il processo a Stefano Binda riparte il 28 aprile con l’audizione dei testi chiamati dall’accusa. In aula sfileranno probabilmente le forze dell’ordine che hanno condotto le due inchieste finora svolte sulla vicenda: nel 1987 e dal 2015. Tra gli investigatori nelle prossime udienze saranno ascoltati certamente l’allora capo della squadra mobile Paolillo, mentre il codice non consente che possa essere ascoltato come testimone il pm Agostino Abate che condusse l’indagine all’epoca.

Uno degli aspetti curiosi di questa tragica storia è che mentre il processo è già iniziato davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Orazio Muscato si deve ancora chiudere la fase dell’incidente probatorio: il giudice delle indagini preliminari Anna Giorgetti potrebbe tenere un’ultima udienza con i periti delle parti oppure depositare gli atti e trasmetterli alla corte. Questa parte dell’inchiesta riguarda fondamentalmente la ricerca del dna dell’assassino sui resti riesumati dalla povera vittima e su alcuni lembi di pelle conservati in vetrini derivati dall’autopsia che nel 1987 condusse il medico legale Mario Tavani.
I risultati delle perizie entreranno come prove nel processo: si tratta di accertamenti irripetibili e la formula dell’incidente probatorio permette di considerare i risultati come una parte del processo.

Che cosa emergerà? Se dovesse risultare da qualche analisi il dna dell’assassino sarebbe una svolta clamorosa. Ma prima di arrivare a quel punto ciò che tutti si chiedono oggi è se si farà viva la persona che ha affidato all’avvocato Piergiorgio Vittorini di Brescia la sua amara confessione: “Ho scritto io la lettera In morte di un’amica”. Per capirei se davvero sia lui (o lei) l’autore della missiva, l’avvocato della famiglia Macchi Daniele Pizzi ha chiesto che il testimone si faccia avanti, venga a deporre in aula e si sottoponga a un test sulla calligrafia.

Con l’inizio del processo, la difesa di Stefano Binda ha contrattaccato anche sui media esponendo la tesi difensiva. In aula l’avvocato Sergio Martelli ha contestato alcuni elementi dell’accusa contenuti nell’ordinanza che tiene in carcere l’imputato. Due in particolare: la macchina avvistata a Cittiglio quella notte non sarebbe in realtà una Fiat 131 (come quella di Binda) ma una più generica auto di color chiaro. E il biglietto “Stefano è un barbaro assassino” non è stato trovato dalla polizia nell’agenda del 1987 (anno della morte di Lidia) ma in quella dell’anno precedente. Sarebbe dunque una prova decontestualizzata.

di roberto.rotondo@varesenews.it
Pubblicato il 19 aprile 2017
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