La libertà in azienda rende più creativi

Secondo Gabriele Borga, ceo di Jobtome società tecnologica attiva nel campo del recruiting, le migliori intuizioni arrivano nei momenti più assurdi

Jobtome

Camicia a quadri, jeans e battuta sempre pronta. Gabriele Borga, ceo e azionista di maggioranza di Jobtome, società tecnologica attiva nel campo del recruiting, si aggira nella nuova sede di Stabio con aria rilassata, come se fosse a casa e non in azienda. Insomma, è il capo, ma se uno non lo sapesse lo confonderebbe facilmente con uno de suoi giovani collaboratori.
L’informalità in Jobtome regna sovrana, un allineamento al modello delle startup californiane dove il pragmatismo della conoscenza azzera i simboli classici del potere, primo fra tutti il controllo  sul lavoratore.

Galleria fotografica

Jobtome 4 di 18

Borga, nel vostro modo di organizzare il lavoro non ci sono cartellini da timbrare o orari rigidi. I vostri collaboratori possono accedere nei locali dell’azienda in qualsiasi ora e giorno dell’anno. Perché è così importante lasciare questa libertà organizzativa?
«Per noi è una necessità perché le migliori ispirazioni arrivano nei momenti più assurdi, mentre mangi o giochi, e perciò è inutile confinare le persone in spazi standard e orari omologati. In Jobtome, così come in quasi tutte le startup della Silicon Valley, non c’è bisogno di controllare perché il rapporto con il collaboratore è basato sulla fiducia e sugli obiettivi».

È superata dunque la tradizionale logica di  contrapposizione tra capitale e lavoro?
«La vera sfida è scardinare le logiche che governano l’organizzazione del lavoro e il sistema produttivo. Con lo stipendio oggi si paga il tempo, le aziende italiane fanno ancora così, ma le assicuro che a Zurigo e Ginevra ci sono tante aziende fortemente internazionalizzate che ragionano in un modo diverso. Noi per fortuna non avvitiamo bulloni e quindi non avrebbe senso pagare una persona a ore. Certo che per arrivare al superamento di questa situazione occorrerebbe un ecosistema coerente. Detto questo, è evidente che oggi ci sia un problema di redistribuzione della ricchezza creata che è ancora fortemente polarizzata».

Per lei che cosa vuol dire innovare?
«Fare le cose in modo diverso da come si sono sempre fatte e anche di pensare a qualcosa di diverso. Quando una cosa funziona bene da troppo tempo va capovolta».

Lei ha fondato altre startup, che cosa pensa del fallimento?
«In azienda se qualcosa non funziona è sempre colpa dell’imprenditore, ma una persona si può sempre rialzare e continuare. Non è facile affrontare un fallimento, ma è una grande occasione perché si impara solo dagli errori. Noi abbiamo un file dove registriamo tutti gli errori che facciamo. D’altronde il progresso passa attraverso i tentativi falliti».

Perché è venuto in Canton Ticino ad aprire un’azienda?
«Pur essendo di origini genovesi, mi sento più svizzero che italiano. In Ticino tutto è più semplice : c’è un sano pragmatismo e l’imprenditore viene messo nelle condizioni migliori di operare. In Italia invece si crea una cultura dell’astratto che fa male al sistema e penalizza le persone di valore che tra l’altro sono tante»

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 18 dicembre 2018
Leggi i commenti

Galleria fotografica

Jobtome 4 di 18

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore