Lucio Morgano e la «sua» polizia

Esce l'ultimo atto di una saga amata da poliziotti e non solo. la prefazione di Giuseppe De Matteis

Avarie

Per i colleghi varesini siamo di fronte a un libro fantastico. Perché ha lavorato anche a Varese Lucio Morgano. Siciliano, laureato in sociologia, esperto di psicanalisi ferudiana, giornalista, poliziotto, uno degli investigatori di punta della Squadra Mobile di Milano per molti anni e leader di uno dei principali sindacati di polizia, ha già pubblicato nel 2002 il volume «Storia scomoda di un poliziotto vero“.

Esce ora, sempre per Swan Edizioni, l’«Atto finale» della saga.

«Io lo avrei intitolato così, questo libro: “Storia di un poliziotto vero“ . Se lo avete comprato per farvi una idea di come funziona la Polizia oggi avete sbagliato acquisto». Lo dice, nella prefazione che pubblichiamo di seguito, Giuseppe De Matteis questore di Torino.

«Questo libro spiega come funzionava, a volte, la Polizia tanti anni fa, ai tempi di Lucio Carmelo Morgano. Per me, semplicemente, Lucio.
Lucio è uno di quei poliziotti, sbirri nell’animo e nell’aspetto, ma con dentro un senso profondo dello Stato, della Giustizia e dell’Onore, che la Polizia volevano cambiarla, e l’hanno cambiata davvero. L’hanno cambiata col loro esempio, con la lotta dura contro i criminali fuori e contro la burocrazia dentro, l’hanno cambiata pagando prezzi altissimi, che pochi conoscono».
«Questo anche è il libro che racconta una parte della storia di Lucio Morgano. Un rompiballe, un chiodo a sezione quadrata da inserire in un buco a sezione rotonda, un polemico per natura, un ribelle d’animo, un Rosso Malpelo di verghiana memoria, rude all’apparenza, con un mondo complesso dentro.
Ma un poliziotto con la P maiuscola, il collega che tutti vorrebbero a guardarti le spalle quando tocca a te entrare per primo in una stanza e non sai cosa trovi dentro, un amico come solo un Siciliano sa esserlo: perché Lucio io l’ho sempre visto così, un Siciliano, di antica origine greca, come lui amava definirsi, non “ contaminata” dal miscuglio con le altre razze, come quella dei Romani, dei Cartaginesi, dei Normanni, degli Spagnoli e dei Francesi, che pure hanno vissuto in quella felice e isola del Mediterraneo: se date un’occhiata alla storia di Calascibetta, provincia di Enna, suo paese d’origine, capirete che quando Lucio, in questo libro, dedica un rapido ricordo a suo padre, in realtà sta parlando di lui», continua nella prefazione Giuseppe De Mattis.
«Lucio era ed è un uomo dai mille interessi e dalle mille letture, appassionato di Freud e di Jazz, ma anche di cani, di arti marziali, di cavalli.
Un essere curioso della vita, degli animali, degli uomini, delle culture, delle diversità, rigoroso con se stesso, rigoroso con gli altri; un uomo libero, talmente libero che, in due parole, non avrebbe mai accettato l’idea di avere un padrone.
Lo conobbi a Milano, agli inizi degli anni novanta. Dopo un brillante passato da investigatore, era diventato segretario nazionale del Libero Sindacato di polizia, un sindacato alternativo rispetto ai due sindacati storici della polizia, e molto molto molto aggressivo. Lucio era un personaggio, a quei tempi, era considerato un cane sciolto. Un uomo con amicizie potenti al Ministero, ma disposto a qualsiasi sacrificio per la causa dei poliziotti.
Era non molto alto, curato nel fisico, sobrio nel vestire, con un tocco di eleganza siciliana che oggi potremmo definire “alla Dolce e Gabbana”.
Abiti scuri, maglie sottili a girocollo, belle scarpe. Soprattutto, on uno sguardo magnetico alla Al Pacino. Questa somiglianza con Al Pacino non era tanto nei tratti somatici, quanto nel modo di essere, di porsi nei suoi rapporti con gli altri. Nei suoi occhi egli ha sempre mantenuto l’antica dignità di un popolo, quello greco, appunto, che ha inventato la cosa più importante della nostra civiltà odierna, la democrazia e la libertà. Ci vedemmo a mensa, alla Sant’Ambrogio, la caserma di Polizia di Milano: mi fece cenno con la mano di sedermi con lui al tavolo, e scherzando gli dissi che di solito, con quel gesto, io chiamavo il mio cane. Sorrise, sorrisi anch’io, decidemmo di rispettarci, e pranzammo insieme. Alla fine mi disse che da lì a poco mi avrebbe sferrato un attacco sindacale, io risposi che ne sarei stato onorato, e ci lasciammo ridendo. Non stava scherzando, lo fece davvero.
Ero un giovane commissario, e dirigevo le Volanti di Milano. Da lì a poco avrei assunto la reggenza della Squadra Mobile, perché i “vecchi” funzionari erano transitati in massa alla Dia, ed io ero il più anziano tra quelli rimasti; ero quindi curioso di conoscere uno che della Mobile sapeva molte cose, anche quelle che non si leggono nei fascicoli riservati.
Fossi stato un tipo impressionabile mi avrebbe fatto impressione, ma io non lo sono, per cui non me ne fece. Lucio era un personaggio carismatico, con dei successi professionali alle spalle di tutto rispetto: sparatorie, arresti, incidenti di servizio, una facile propensione all’uso delle maniere forti, se necessario.
La storia, che leggerete in questo libro, della rissa con alcuni colleghi che lo avevano offeso a mensa, è davvero successa. Qualcuno, leggendo questo libro, può pensare che egli abbia peccato di vanità nel descriversi: invece no, il Lucio di questo libro è proprio quello vero, ve l’assicuro. Disciplinato, temuto, rispettato, di grande cultura, e di grande coraggio. Ammirato, pieno di interessi, pieno di vita. Questo è un aspetto fondamentale per comprendere la sua storia. Lucio è un uomo generoso, leale, permalosissimo, ma, generoso ed onesto fino all’inverosimile, che ama profondamente la vita, in tutte le sue espressioni. Questo lo ha portato in alto, e questo, a mio avviso, lo fece precipitare in basso. Soltanto, non era molto alto.
Nacque un rapporto di stima e di amicizia. Io passai alla Squadra Mobile: e i vecchi della Mobile confermarono in pieno il valore professionale di Lucio.
Nelle lunghe serate passate in appostamento su un furgone, o dentro una macchina, si raccontavano le operazioni più brillanti degli anni precedenti, e Lucio c’era sempre. Magari non era simpaticissimo a tutti, manco a me, se è per questo, ma nessuno discuteva sul suo coraggio, sulla sua determinazione, sulla sua onestà. Ecco, semmai dicevano che si era messo
in testa di essere Al Pacino in Serpico, questo sì, e che a volte il suo rigore era eccessivo. Ma questo per me non era un problema: anche io ero rigoroso, e non ho mai permesso le piccole truffe o le piccole ruberie che a volte venivano tollerate, nella polizia degli anni ottanta.
Sul finire degli anni 90 lasciai la Mobile, lasciai Milano per Roma, divenni segretario nazionale del Siulp, e mi specializzai in diritto disciplinare di polizia, una materia in continua evoluzione, a quei tempi, e sconosciuta ai più.
Feci parte di parecchi Consigli Centrali di disciplina, in quegli anni, su casi di importanza nazionale, tra cui la storia del G8 di Genova.
Orlando era un maresciallo vecchio stampo, un uomo d’altri tempi, che passava le sue giornate ad ascoltare i poliziotti ed i loro mille problemi, e a cercare di aiutarli: portava i capelli radi un po’ lunghi sulle orecchie, come negli anni settanta, aveva il naso rovinato in parte da un incidente, e due occhi di fuoco che potevano essere ferro o piuma, come si dice a Roma. Era uno dei fondatori, nonché il potente segretario, del Siulp di Milano, e posso
tranquillamente dire che a quei tempi la sua parola valeva quanto quella del Capo della Polizia. Era originario di un paese vicino al mio, in Salento: per due anni consecutivi le gelate bruciarono il raccolto di suo padre, e la sua famiglia emigrò a Milano, dove lui era cresciuto. All’antica saggezza dei contadini salentini abbinò gli studi fatti a Milano, ed una esperienza di livello in Polizia. Era il mio migliore amico.
“Ci prendiamo un caffè?”, mi disse per telefono alle due di un pomeriggio di primavera, mentre ero nel mio ufficio di Roma. “Certo, dissi io”. Ora, è difficile da spiegare, ma i poliziotti hanno sviluppato un modo rapido ed originale di comunicare, per cui io capii che dovevo andare a Milano perché era urgente importante e riservato. Il giorno dopo eravamo in un bar vicino alla Sant’Ambrogio, io presi un caffè, e lui un cappuccino scuro. Mi guardò per lunghi istanti con occhi di brace: fossi stato un tipo impressionabile mi sarei impressionato, ma io non lo sono.
“Si tratta di Lucio, Lucio Morgano. Hai saputo la storia?”
Era impossibile non sapere la storia; avevo perso i contatti con Lucio, ma tutta la polizia di tutta Italia conosceva quella storia: Lucio era entrato in scontro con i vertici del dipartimento e della questura di Milano, era stato cacciato dal sindacato, era caduto in disgrazia, i giornali parlavano di arresto imminente per numerosi e gravi reati, nell’ambito di una inchiesta disciplinare era venuto fuori che era lui di fatto a comandare persino sui suoi superiori.
Ed ora l’Amministrazione voleva espellerlo dalla Polizia per grave indegnità morale.
“Certo che l’ho saputa, Orla’. È una vergogna nazionale, per la polizia e per il Sindacato. “
Orlando bevve il suo cappuccino, guardandomi negli occhi; poi, pesando le parole come un Sakem dei Navajos, mi disse: “Io lo so, tu non difenderesti mai un balordo. E neanche io. Per favore, leggi queste carte. Quando hai finito, chiamami. Se tu pensi che Morgano sia un balordo, io e te lo lasceremo al suo destino, te lo giuro. Altrimenti devi difenderlo: sei l’unico che può farlo.
Io le ho lette”.
Mi passò un malloppo colossale di carte cartacce atti processuali, contestazioni disciplinari, memorie difensive, richieste del pubblico Ministero: avevo per le mani la storia di cui tutta Italia parlava, e dovevo decidere se difendere Lucio oppure no. Io sono un poliziotto, ma prima di entrare in polizia ho fatto pratica in uno studio legale; il mio capo mi diede da studiare il fascicolo di un certo Carmine, che una sera per gelosia strangolò la moglie.
Quando gli presentai la mia memoria difensiva, l’Avvocato mi disse: complimenti, con questa memoria ci becchiamo l’ergastolo. Senti a me, fai il concorso da commissario. E così fu. No, non sarei mai riuscito a difendere un
balordo.
Lessi, rilessi, studiai. E m’incazzai. M’incazzai di brutto. Quelle accuse erano
un cumulo gigantesco di fesserie; illazioni, pettegolezzi, manipolazioni, di nessun valore processuale, immondizia probatoria; l’avevano messo in mezzo, e io in nome della legge e della Giustizia, dovevo difenderlo.
Lucio era innocente. Partiva la missione “Salvate il soldato Morgan”.
Chiamai Orlando: “Ciao Orla’. Li facciamo neri. Lo difendo io”.
“Lo sapevo. Non ho voluto dirtelo prima. Vogliono massacrare un innocente. Vedranno i sorci verdi”.
Il resto sta scritto in questo libro, e visto che l’avete comprato, non voglio rovinarvi la sorpresa. Voglio solo dirvi che oggi, a tanti anni di distanza, avevo dimenticato questa storia. In questi venti anni la Polizia è cambiata radicalmente, e certi errori che al tempo furono commessi, oggi non sarebbero possibili. Neanche certe prepotenze, ad essere sinceri. Ma devo dar atto che molti furono i colleghi ed i funzionari onesti e rigorosi della Polizia di Stato che, pur avendo, a mio parere, ricevuto qualche pressione in sede disciplinare, si opposero, con grande correttezza e grande coraggio, a qualsiasi tentativo di indebita ingerenza. Altri no: altri, per ignavia o per quieto vivere, non si opposero. Anche questo va detto.
Mi è capitato più volte, nella mia carriera, di dover arrestare dei miei colleghi,
persino dei miei superiori: e mi è capitato, anche, di dover promuovere pesanti procedimenti disciplinari nei confronti di miei subordinati, che a volte si sono conclusi con l’espulsione dal Corpo della Polizia per indegnità morale.
E ogni volta mi appariva davanti la faccia di Lucio, che, con lo sguardo alla Al Pacino, mi diceva: “Sei sicuro di quello che stai facendo? Non è che questa storia è un’altra morganata?”
Una “morganata”: così a Milano definimmo questa faccenda: una potente montagna di accuse pazzesche mosse da alti funzionari di polizia che alla fine partorì un topolino e svelò un retroscena di miserie umane poste in essere da una umanità malata, gretta, invidiosa. Lucio ha le sue idee, sul perché gli sia successo tutto questo; io ho le mie.
Lui pensa che sia stato un attacco premeditato contro di lui da parte dell’Amministrazione per colpire il Sindacato, io penso che sia stata l’opera personale ed isolata di qualche personaggio ambizioso che voleva dimostrare di essere il più bravo di tutti a porre fine alla credibilità del sindacato, che da Milano aveva fatto scuola per tutta Italia, contribuendo a creare una Polizia efficiente, trasparente, autorevole: la Questura di Milano era ritenuta, a quei tempi, l’Università della Polizia. E devo dire che tutti noi, che a Milano abbiamo fatto la nostra gavetta, siamo oggi arrivati ai vertici della Polizia di Stato. E penso che quel personaggio abbia scelto Lucio perché a quei tempi era conosciuto in tutta Italia, affinché si sapesse quanto stava succedendo.
Comunque questa rimane una supposizione. Mentre noi dobbiamo restare ai fatti. E i fatti sono quelli che Lucio descrive, con una pacatezza ed una serenità che rivela una grande forza di carattere, ed una grande dignità.
“Pensi che qualcuno si offenderà, Giuseppe, leggendo il mio libro?’”, mi ha chiesto un mese fa Lucio per WhatsApp, quando mi ha chiesto di fare la prefazione.
“Mah, qualcuno è morto, molti sono in pensione…non credo, è passato tanto tempo.”
“Eppure mi brucia, sai mi brucia ancora. Spero che muoiano tra le pene dell’inferno.”
Perché Lucio, alla fine è un Siciliano. Di antica origine greca. Era gente, quella della Grecia antica, che aveva un profondo senso della giustizia, prima che arrivasse il Cristianesimo, ed il valore del perdono.
Lucio è stato colpito nel suo essere più profondo, e no, non riesce a perdonare. Non può: e io purtroppo lo capisco. Sono anch’io un figlio di quella Magna Grecia che duemila anni fa portò nella nostra Patria i valori sui quali si fonda la nostra odierna cultura. Ma il perdono no, quello non fa parte del nostro credo. Chi dice che la miglior vendetta è il perdono, d’altra parte, forse non ha mai subito un torto».

Giuseppe De Matteis – Dirigente Generale della Pubblica Sicurezza

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 marzo 2019
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