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Roberto Grassi: «L’Europa è fondamentale per le nostre imprese»

Intervista al nuovo presidente di Univa. «La grande qualità è la nostra storia, la cultura di impresa e del saper fare a cui aggiungo anche il voler fare per raggiungere certi obiettivi»

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Il coraggio e la cura per la soluzione dei problemi di fronte all’emergenza è nel patrimonio dei vigili del fuoco. Un elemento che segna la continuità tra Riccardo Comerio e Roberto Grassi. Il primo, uscente dopo quattro anni ai vertici degli industriali, è legato a quel corpo per passione. Il secondo, nuovo presidente di Univa, ha messo a disposizione tutta l’esperienza della sua azienda, la Alfredo Grassi spa di Lonate Pozzolo, per produrre materiali tecnologicamente avanzati per i vigili del fuoco. Entrambi li lega anche l’amore per l’innovazione e il fare impresa.

Presidente Grassi, per chi produce la sua azienda, oltre che per i Vigili del fuoco?
«Per i carabinieri, per l’esercito, i lavoratori dell’Enel, naturalmente con altri livelli di protezione e di tecnologie. Sul mercato estero siamo i fornitori ufficiali di tutto l’esercito francese per quanto riguarda i capi in Gore-Tex. I nostri capi altamente tecnologici sono stati scelti anche dall’aeronautica spagnola, dai vigili del fuoco di Francia, Spagna e Tunisia, e dall’Endesa, la società elettrica spagnola. Facciamo una forte attività di ricerca e sviluppo, in collaborazione con il Centro tessile cotoniero e abbigliamento di Busto Arsizio, per realizzare il giusto prodotto per il grado di protezione richiesto. Siamo sempre la piccola Manchester d’Italia che ritorna ancora una volta al centro del tessile italiano grazie all’innovazione».

Producete anche all’estero?
«Sì, ma non si tratta di delocalizzazione. Abbiamo implementato la produzione in Tunisia, Romania e Albania perché il basso costo della manodopera ci ha permesso di incrementare le maestranze in Italia, sia in termini di quantità che di qualità, e l’attività di ricerca e sviluppo la facciamo qui sul territorio. Tutti gli indumenti che noi produciamo rientrano in Italia per le ovvie regole del transfer pricing, quindi tutto quello che è il valore aggiunto della nostra attività manifatturiera rimane in Italia e viene tassato in Italia. Non è solo la testa della filiera che è qui sul territorio, ma l’azienda nella sua globalità, ad eccezione di un piccolo passaggio che è il confezionamento dell’indumento che viene fatto all’esterno per poi rientrare in Italia. Non abbiamo trasferito la nostra tecnologia a terzisti, ma abbiamo fatto un investimento diretto per presidiare tutta un’attività di ricerca e sviluppo non solo di prodotto ma anche di processo, ».

Perché è così importante fare questa distinzione?
«Perché noi non portiamo il Made in Italy fuori, ma lo manteniamo in Italia, rispettando al contempo tutte le regole di tracciabilità, indicando dove il prodotto è confezionato nel pieno rispetto delle regole. È una strategia messa in atto più di vent’anni fa che ha permesso di essere qui oggi a lavorare, di avere dei mercati di eccellenza di livello europeo e dare continuità a una storia imprenditoriale del nostro territorio. Oggi diamo lavoro a più di 1.300 persone tutte accomunate da una stessa cultura imprenditoriale, da uno stesso interesse alla sostenibilità ambientale e soprattutto sociale».

Le imprese del Varesotto nel 2018 hanno superato il miliardo di utile (fonte “Made in Varese”). Crescono i fatturati e diminuisce il numero delle imprese in perdita. Che fase sta attraversando la nostra economia, dopo la recessione tecnica?
«I dati economici della nostra provincia mostrano che nel primo trimestre del 2019 c’è stato un moderato recupero, c’è stata un’inversione di tendenza, ma quello che manca, al di là degli aspetti economici, è la fiducia perché in Italia non c’è una vera e propria politica industriale. L’intervento fatto dal ministro dello Sviluppo economico all’assemblea di Confindustria è stato deludente. Questo moderato recupero è merito delle imprese e dei loro investimenti».

Il calo degli investimenti previsto per il 2019 è solo una questione di sfiducia o c’è dell’altro?
«Ci sono più cause, una di queste è la politica dei dazi commerciali, che interessa un po’ tutti i nostri settori merceologici, considerata la nostra propensione all’export. La guerra commerciale tra Cina e America è sicuramente  un elemento di incertezza a cui si aggiunge la preoccupazione per il clima di perenne campagna elettorale del nostro Paese. Le assise di Confindustria a Verona che avevano individuato i problemi e i punti importanti per le aziende manifatturiere, non hanno generato un ritorno positivo da parte dell’attuale governo, bensì provvedimenti contrari a quelli che servivano. Eppure l’impatto positivo di industria 4.0 dei governi precedenti era stato evidente e ha premiato, per numeri e valori, soprattutto le pmi, cioè la fascia più fragile».

A che punto sono oggi le imprese nel passaggio a industria 4.0?
«Il numero delle imprese che hanno avviato questo percorso è ancora troppo basso, manca una formazione diffusa sulle competenze di industria 4.0 e i nostri Its scontano un ritardo notevole rispetto alla concorrente Germania che è in grado di formare 800mila giovani contro i nostri 80mila. Per un’azienda non c’è niente di peggio che partire per andare in una direzione e dover fare dietrofront, significa perdere tutto il risultato di semina. L’investimento per un’impresa non è mai oggi per stasera, ma c’è sempre una visione di medio e lungo termine. E quando si fanno degli investimenti nell’innovazione c’è un effetto trascinamento su tutta la filiera del prodotto finito».

Che cosa si può fare di più in tema di formazione?
«Univa è tra quelle associazioni che hanno fatto tanto su questo tema. Pensiamo solo a Generazione di industria o al Pmi day che hanno aperto le nostre fabbriche a decine di migliaia di studenti e ai loro docenti. Bisogna sensibilizzare sempre di più i giovani e le loro famiglie e ritornare a valorizzare gli istituti tecnici che danno molti più sbocchi e professionalità nelle aziende del nostro territorio e non solo».

Nonostante il contesto negativo, l’Italia è la seconda manifattura in Europa e l’industria del Varesotto dà un contributo determinante a questo primato. Come si spiega?
«La grande qualità è la nostra storia, la cultura di impresa, del saper fare a cui aggiungo anche il voler fare per raggiungere certi obiettivi. Qui c’è l’orgoglio di avere un’impresa, di mantenerla e di farla crescere. È qualcosa di immanente e radicato in questo territorio. Un sapere che è stato valorizzato con la fondazione dell’università Liuc, un investimento importante per sensibilizzare rispetto alla cultura d’impresa».

Quanto peso ha l’Europa nel percorso di crescita delle aziende sui mercati internazionali?
«È fondamentale perché siamo europei ed è il più grande mercato su cui noi operiamo. Quindi o riusciamo a lavorare in questo mercato o diventa terra di conquista per Cina e stati Uniti. L’Europa va sostenuta perché altrimenti rischia di rimanere schiacciata tra questi due colossi».

Il tema della successione imprenditoriale è molto presente nel dibattito associativo, soprattutto tra i giovani imprenditori. Il rapporto dell’osservatorio della Liuc sul private equity ha evidenziato che aumentano le operazioni di acquisizione di quote di maggioranza, spesso come risposta alla mancata successione. È un segnale positivo o negativo?
«Quello che univa sta facendo tramite il Gruppo giovani è un’opera di sensibilizzazione tra le due generazioni che si trovano all’interno dell’azienda per affrontare il problema del passaggio generazionale. Questo vuol dire essere a metà dell’opera perché spesso e volentieri le due generazioni all’interno dell’impresa non osano quasi parlarne. Nel nostro caso ci siamo avvalsi della Liuc Business School per aiutarci nel gestire come parte terza il nostro passaggio generazionale. L’apertura a un private equity in alcune situazioni può essere molto utile, mentre in altre non è necessario. È importante avere un approccio professionale, mettendo sempre al centro il bene per l’azienda».

Che cos’è per lei la responsabilità sociale di impresa?
«La nostra azienda ha otto certificazioni in tema ambientale ed etico -sociale che fanno parte integrante della nostra cultura. Si va dalla sicurezza alla corretta gestione dei rifiuti e degli scarichi, dalla certificazione dell’intero processo produttivo per avere il minor impatto ambientale possibile al life m3p che è il sistema per valorizzare i rifiuti industriali attraverso una piattaforma online. La sostenibilità per noi, così come per  tante imprese del territorio che ho avuto il piacere di visitare, è già il presente e deve diventare il minimo comune denominatore di tutto il nostro sistema manifatturiero. Univa ha promosso tanti progetti tra cui Enter (Expert Network on Textile Recycling, ndr) con capofila il Centro tessile cotoniero e abbigliamento di Busto Arsizio e un partenariato composto da centri di ricerca e associazioni di imprese del settore tessile, appartenenti a cinque paesi europei. Il progetto punta alla riduzione dei rifiuti e degli scarti per prevenire il consumo di risorse non rinnovabili nell’industria tessile. Se ci si muove per tempo sul tema della sostenibilità sociale e ambientale i risultati non tardano a venire con ritorni commercialmente e industrialmente rilevanti».

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Pubblicato il 27 maggio 2019
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