Binda, i giudici d’appello aprono al dibattimento

Un punto per la difesa del cinquantunenne di Brebbia accusato dell’omicidio e condannato all’ergastolo in primo grado

Le immagini del processo Lidia Macchi

«Riteniamo che l’accoglimento delle questioni istruttorie siano importanti». È stata una giornata difficile, faticosa ma proficua per Patrizia Esposito, che assieme a Sergio Martelli difende Stefano Binda accusato il primo grado dalla Corte d’Assise di Varese all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi per il quale oggi, 11 luglio è cominciato il processo d’appello.

La difesa aveva chiesto due cose: confronto di perizie grafologiche e merceologiche sulla lettera tanto discussa «In morte di un’amica» che venne spedita alla famiglia il giorno dei funerali di Lidia Macchi (e che secondo l’accusa retta dal sostituto pg Gemma Gualdi è una prova importante perché solo l’assassino avrebbe potuto conoscere i particolari messi nero su bianco sullo scritto).

La richiesta è stata accolta e la Corte – presidente Ivana Caputo – potrebbe riservarsi una perizia super partes finale per capire un fatto importante: se i tratti della scrittura di quella lettera sono compatibili con la grafia di Binda, dal momento che sicuramente non fu lui a leccare la colla della lettera prima che venisse imbustata (risulta dall’analisi del dna). Medesima perizia anche sullo scritto trovato nel diario dell’imputato con scritto «Stefano è un barbaro assassino».

L’altro punto importante consiste nella chiamata come teste dell’avvocato bresciano Piergiorgio Vittorini, il penalista che disse di conoscere l’autore della lettera scritta dal presunto killer, che venne convocato in primo grado a Varese e che invocò il segreto professionale: dovrà tornare di fronte alla corte che intende fare domande al legale, per meglio comprendere la dinamica di questa confessione fatta dal cliente.

Sono state poi dichiarate inutilizzabili (per questioni di natura procedurale, in quanto avrebbero richiesto la partecipazione dell’imputato le consulenze dei criminologi Franco Posa, Mario Mantero e le dichiarazioni di Massimo Clerici (che prima venne sentito come prima teste qualificato, poi come consulente) nella parte in cui si era espresso da consulente.

Nel processo penale, la prova viene prodotta, raccolta, nella fase dibattimentale e se il processo d’Appello si arricchisce di elementi relativi a questa fase, è possibile che possano emergere elementi nuovi che la corte potrà valutare.

Per questo le difese hanno accolto in maniera positiva l’esito dell’udienza odierna.
Secondo l’avvocato di parte civile Daniele Pizzi che rappresenta i familiari di Lidia «il fatto che i giudici abbiano deciso di vedere in confronto i consulenti grafologi è plausibile e anche la nomina di un perito super partes. La migliore perizia grafologica del resto l’ha fatta secondo noi la sorella di Binda quando, intercettata per telefono dice: “Ho visto la lettera sui giornali ed è la grafia di Stefano“».

Sulla questione dell’escussione in aula del collega bresciano Vittorini, Daniele Pizzi rileva che «abbiamo dato consenso a patto che Vittorini venga, dica il nome e che la persona venga e parli in udienza. Ha già detto che verrà e si avvarrà del segreto professionale. La corte chiederà se questo confidente gli si è rivolto in un regime di segreto professionale o amicale. Se questa persona esiste, si faccia avanti sapendo che questa lettera pende come il laccio sulla forca per Stefano Binda. Faccia un gesto di responsabilità e venga a dirlo alla corte. Che Vittorini ci dia una traccia genetica o un campione biologico del suo assistito così da poter verificare l’esistenza di questa persona. Anche perché Vittorini dice che il suo assistito ha scritto la lettera, e chiuso lui stesso la busta».

In aula questa mattina era presente anche Paola Bettoni, la mamma di Lidia Macchi: «Mi auguro che Stefano Binda dica la verità», ha detto in una pausa ai cronisti presenti in aula, per un processo che non finisce di stupire.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 11 luglio 2019
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