Binda torna a casa, desiderio di normalità

Una serata con amici intimi e famigliari per festeggiare la scarcerazione dopo il giorno più lungo

Avarie

La voglia di libertà si misura con due sacchi di libri e una fetta di pizza ai würstel.

Sono, in un caso gli strumenti per evadere da un posto che si chiama carcere da dove ieri sera un uomo condannato a starci per il resto dei suoi giorni è uscito.

La pizza è invece un ripiego, ma un frutto della libertà (di scegliere), perché quando la Nissan Qashqai di un amico è arrivata in paese nella tarda serata di mercoledì, verso le 23.40, l’irrefrenabile voglia di Binda Stefano nato a Varese il 12 agosto 1967 e non detenuto per altra causa è quella di un piatto di patatine fritte. “Ci spiace, a quest’ora la cucina è chiusa se vuoi c’è la pizza”. “Presa”.

L’auto entra nella via senza uscita, due parole due a occhi semi chiusi per la luce delle telecamere, l’abbraccio alla mamma, l’abbraccio alla sorella Patrizia incontrata in aula e uscita al momento del verdetto: «Vado a prendere una boccata d’aria, mandatemi un messaggio per dirmi come andrà a finire». Quando su whatsapp arriva la parola “assolto” il barista le offre uno spritz: “Se lo beva alla mia salute”.

Dunque la giornata più lunga di Stefano Binda si è aperta con una sua dichiarazione, fresco di completo estivo e con gli occhi ben puntati sulla sorella di Lidia, Stefania, sua compagna di scuola ai tempi del Liceo Cairoli. Parole scandite, volutamente non rivolte alla corte, ma alla quasi coscritta, in maniera diretta: «Non l’ho uccisa io. Non ho ucciso io Lidia».
Quanto queste parole abbiano influito sui giudici popolari, quanto le spiegazioni della difesa che hanno segato pezzo a pezzo la requisitoria del procuratore Gemma Gualdi sulla Assise, lo sapremo nelle motivazioni, passata l’estate.

Per ora c’è un unico dato incontrovertibile: sabato all’udienza al carcere di Busto Arsizio la visita programmata non si terrà, chi vorrà andare a trovare Stefano potrà farlo direttamente suonando il campanello della villetta a due piani nella via Cadorna a Brebbia.

O forse meglio no, forse sarà bene aspettare per soddisfare quello che gli amici più intimi, ancora prima che le porte del carcere si spalancassero, definivano “desiderio di normalità”,  dopo tre anni e mezzo di carcerazione in regime di custodia cautelare. Sarà Stefano a farsi vivo per le vie del paese.

Allora ecco perché quella pizza e quella voglia di patatine, il “giro lungo“ in macchina per passar di fronte alla Madonnina prima di rincasare, e poi quelle risate addirittura fino a mezzanotte passata con gente in cima alla scala, coi vicini che fermano l’auto prima di entrare nel cancello e quella voce di fondo che sembra ripetere: «Stefano, sei libero».

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 25 luglio 2019
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