Binda, il ritorno alla vita dopo un mese da uomo libero

Passeggiate e letture, il lento ritorno alla normalità. Gli amici: «Adesso torni il festival»

Avarie

È difficile tornare alla vita di tutti i giorni dopo tre anni e mezzo di carcere, anche per una mente che è rimasta viva e vegeta mettendosi addirittura a disposizione degli altri per aiutare, e cercare di sopravvivere.

Stefano Binda a un mese dalla libertà riavuta dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano, lo scorso 24 luglio, è tornato quello di prima; accetta di scambiare qualche parola quasi di sfuggita mentre gli amici giù in strada lo chiamano per uscire a pranzo: «Mi scusi, ma sto mettendo le scarpe». È la voce, profonda e piuttosto emozionata, che passa del lento ritorno alla normalità dopo l’esperienza del carcere.

Parla di «rinascita», citando un passo del Vangelo: l’incontro con Nicodemo, uno dei capi dei giudei a cui Gesù rivela: «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio», una frase che gli ricorda fin dalle prime ore dopo la liberazione una vera e proprie rinascita respirata dopo aver varcato il cancello di casa, a notte inoltrata, quando ad attenderlo c’erano la madre, gli altri famigliari che a lungo l’hanno aspettato, e gli amici con una pila di pizze appena sfornate.

Oggi Binda conduce un’esistenza di paese, con diversi amici che lo vanno a trovare e che gli stanno riservando una sorpresa da molti data per scontata cioè il ritorno di quel festival che lo vide nel 2013 fra i fondatori – “Magre sponde“ – non più organizzato dall’amico di sempre Marco Porrini e dagli altri del gruppo, per rispetto. Un festival che tornerà nel 2020 e che vedrà lo stesso Stefano, amante del cinema d’autore, organizzare serate e incontri.

Per il resto a un mese da quella sentenza che lo fece sobbalzare, impedendogli di parlare a caldo, il ritorno alla normalità passa da piccoli gesti scontati però impensabili nella vita carceraria, come l’uso dei coltelli, e del vetro, o la possibilità di aprire a piacimento le porte: «Sto prendendo contatto con una realtà diversa da quella che vive un detenuto. A volte mi accorgo di guardare una porta e aspettare che qualcuno la apra, non rendendomi conto che questo è un gesto in realtà normale».

Non c’è tempo, per ora, di pensare ad altro: gli avvocati si godono il meritato riposo, forse anche per affrontare la battaglia finale che si dà per scontato: il ricorso in Cassazione annunciato dalla parte civile con ogni probabilità si sommerà a quello della procura generale. I termini parlano dell’autunno e comunque non prima del deposito delle motivazioni, disposto in 90 giorni, cioè alla fine di ottobre. Manca ancora molto. E l’estate deve ancora passare.

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 19 agosto 2019
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