Binda, tra Cassazione e richiesta di risarcimento

Che cosa accadrà adesso? «Valuteremo», spiega uno dei difensori, l’avvocato Patrizia Esposito. Sicuro il ricorso della Parte civile

Avarie

«Le carceri le chiamano “case circondariali“. A volte disturba». Una delle prime frasi pronunciate da Stefano Binda mercoledì scorso, non appena rientrato nella sua abitazione di Brebbia è stata questa.

Una frase a prima vista da decifrare per chi non conosce quest’uomo, che si svela con un’enorme carica ironica, su di giri al cospetto di amici e parenti che l’hanno incontrato mercoledì a tarda sera, il giorno della scarcerazione.

Del resto il ricordo del carcere è vivo, e le lancette dell’orologio biologico dettato dai tempi della prigione lo vedono in piedi all’alba, quando i primi rumori svegliano i detenuti.

Oggi invece è tornato il canto del gallo: la realtà per quest’uomo che il 12 agosto compirà 52 anni è diversa e ha il sapore della libertà vissuta nel pieno dell’estate, fatta di messe mattutine, letture e visite.

È tornato a casa, e per questo parlare di “casa circondariale“ per descrivere una prigione, gli suonava male.

E suona male anche quella carcerazione in regime di custodia cautelare in attesa di giudizio durata tre anni e mezzo e oggetto di numerosi ricorsi, sempre rigettati, da parte della difesa: ultima la decisione della Cassazione arrivata solo il sabato prima della sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto, giunta alle 19 di mercoledì 24 luglio.

Ora che succederà? Ci sono gli estremi per chiedere un risarcimento allo Stato per l’ingiusta detenzione? «Valuteremo», spiega uno dei difensori, l’avvocato Patrizia Esposito che assieme al collega Sergio Martelli, entrambi del foro di Varese hanno seguito l’intera fase processuale della vicenda. «Prima occorre far passare in giudicato la sentenza. Ora ci vorranno 90 giorni per il deposito delle motivazioni. A quel punto si vedrà cosa succederà».

L’avvocato si riferisce all’ipotesi paventata un minuto dopo la lettura del dispositivo da parte del difensore della famiglia Macchi, Daniele Pizzi che parlava di possibile ricorso in Cassazione. Ora, a due giorni da quella decisione, la strada sembra segnata: «No, non è finita finché non è finita», spiega Pizzi «poiché primo e secondo grado hanno trattato dei medesimi argomenti istruttori, con un convincimento opposto. Di fronte a due sentenze così contrastanti basate sugli elementi chiederemo che ci sia un vaglio della Corte di Cassazione che possa nell’ottica dell’accertamento verificare se i giudici di Milano abbiano operato bene o no. Secondo noi ci sono lacune, al di là dell’esito».

Il ricorso in Cassazione potrà venir chiesto entro 45 giorni dalla pubblicazione delle motivazioni, quindi c’è un tempo teorico fino a dicembre inoltrato. Ma, mentre per la parte civile potrà venir richiesto per i soli effetti civilistici (sono state chieste provvisionali per ciascuno dei famigliari costituitisi: Stefania e Alberto Macchi, fratelli di Lidia e la mamma, Paola Bettoni), dal punto di vista penale rivestirà particolare importanza quello che la Procura generale avrà la facoltà di promuovere.

Tradotto: la richiesta ai giudici di Roma, che potrà vertere sui soli principi di legittimità, potrà avere forza per la modifica della sentenza di secondo grado. Una scelta che spetterà alla procuratrice Gemma Gualdi, che fu la prima a stringere la mano all’avvocato Patrizia Esposito subito dopo la lettura della sentenza, a Milano. «Un risultato a cui si poteva arrivare già in primo grado», chiosa la legale di Binda prima di rispondere ad un’ultima domanda, prima delle meritate vacanze.

La Corte d’Assise è composta di sei giudici popolari e due togati, e i loro voti sulle sentenze hanno pari valore eccetto nei casi di parità quando quello del presidente vale doppio. Quindi: come ha deciso la giuria?

«Questo non lo sapremo mai. Come per il primo grado».

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 26 luglio 2019
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