“Quella lettera non è di Stefano Binda e vi spiego il perché”

Parla Fortunato Marcovicchio, ispettore della polizia di stato in pensione e grafologo, che partecipò all’ispezione del corpo di Lidia Macchi all’obitorio di Varese nel 1987

Avarie

“In morte di un’amica”, la lettera inviata per posta, in busta chiusa alla famiglia di Lidia Macchi il giorno del funerale della ragazza, torna al centro dell’attenzione mediatica nel momento clou del processo d’appello che proprio ieri ha visto un suo passo importante nella presenza in aula dell’avvocato Vittorini che ha sostenuto di aver raccolto la confidenza di un suo cliente il quale afferma di essere l’autore di quello scritto considerato dalla Procura uno degli elementi che inchioderebbe Binda alle sue responsabilità. Una tesi accettata dalla Corte d’Assise di Varese che condannò il cinquantenne di Brebbia all’ergastolo. Oggi in redazione giunge la lettera di un investigatore che partecipò alle iniziali indagini dopo il ritrovamento a Cittiglio del corpo martoriato della ragazza. Fortunato Marcovicchio, poliziotto in pensione, spiega il suo punto di vista in merito alla lettera.
(ac)

Spett.le Redazione,
mi permetto di rammentare che già nell’aprile del 2016, quindi un anno prima che si affacciò l’avvocato di Brescia (Vittorini, andato in aula in primo grado a Varese e ascoltato ieri a Milano in Appello ndr), feci rilevare che la lettera non poteva essere stata scritta da Binda Stefano.
L’ho strillato tante volte, senza che vi sia stata una reazione da parte di quelle persone che hanno l’obbligo di accertare la verità (!).
Sembra quasi che a nessuno faccia piacere di scagionare il povero Binda (che non ho mai conosciuto).
Vi ricordate del caso “Dreyfus? Ecco, dopo oltre cento anni stiamo rivivendo la stessa storia, questa volta a scapito di Binda Stefano.
A mio modesto parere già nel processo di primo grado la Corte avrebbe dovuto disporre una perizia grafologica, tra l’altro richiesta dallo stesso PM (forse dopo la mia ennesima esternazione pubblica).

Ho scritto a molti e sono rimasti tutti in silenzio (…). 
Voi forse vi state chiedendo il perché la vicenda mi stia a cuore? Bene, allora vi rappresento che partecipai all’ispezione del corpo della povera Lidia, all’obitorio di Varese.

Da allora non l’ho più dimenticata. Potrei contestare alcune ricostruzioni che oggi leggo sui giornali, ma mi sembra di fare troppo. Meglio di no, anche se mi piacerebbe dare un po’ di giustizia alla marea di lidi nei quali ho letto contestazioni sulla ricostruzione fatta da una criminologa (che assolutamente non condivido).

Si dice che tutti vogliono la verità, ma allora perché non appoggiare la richiesta della difesa nell’effettuare una super perizia, magari collegiale?
Io come nell’aprile del 2015 confermo che Stefano Binda non sia l’autore della lettera anonima, in considerazione delle evidenti divergenze grafotecniche.

Inoltre, quella lettera poteva essere stata scritta da molti. E’ difficile pensare che l’assassino sfidi i genitori della vittima. Normalmente questi sfidano gli inquirenti.
Comunque ora aspettiamo le decisioni della Corte.
Cordiali saluti.

Fortunato Marcovicchio
già ispettore della Polizia di Stato (grafologo)

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 luglio 2019
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