Lidia Macchi, la parte civile chiede la ricusazione dei giudici

Seconda udienza ricca di colpi di scena. Ora la palla passa al presidente della Corte d’Appello di Milano che deciderà nei prossimi giorni

lidia macchi

La corte d’Assise d’Appello di Milano dinanzi alla quale si sta celebrando il processo a Stefano Binda per l’omicidio di Lidia Macchi è stata ricusata dall’avvocato della parte civile – cioè il professionista che patrocina la famiglia della vittima – Daniele Pizzi che propone dunque di ripartire dal secondo grado di giudizio con una nuova Corte (composta da due giudici togati e sei popolari).

Il motivo di questa richiesta risiede nella volontà di avere più tempo e maggiore serenità nella valutazione degli elementi di prova: «La ricusazione dei giudici da parte della famiglia Macchi era inevitabile. E’ dalla prima udienza che la Corte aveva anticipato che mercoledì 24 luglio avrebbe voluto concludere il processo andando a sentenza, così di fatto anticipando il proprio convincimento su tutte le istanze e le eccezioni svolte dalle parti civili nel corso di queste due udienze. Esse sono, infatti, state tutte puntualmente rigettate se non rimaste addirittura senza nessun esito».

«Abbiamo ritenuto che non vi fossero le condizioni per proseguire il giudizio dinanzi a questi giudici, che abbiamo deciso di ricusare formalmente in modo tale che il processo possa ripartire davanti ad un nuovo collegio che, in un clima di maggiore serenità, abbia la voglia di raggiungere una verità processuale che sia quanto più aderente possibile a quella storica.
Voglio precisare che la volontà della famiglia Macchi non è mai stata, e non è neanche oggi, quella di volere a tutti i costi la condanna di Stefano Binda: l’unica richiesta è che, come è stato per quello di primo grado, anche il processo d’appello si svolga in maniera attenta e puntigliosa, senza la frettolosità e la superficialità che hanno caratterizzato queste due udienze. Ciò anche in considerazione del fatto che sono trentadue anni che la famiglia Macchi chiede di sapere cos’è successo a Lidia quella sera».

Ora la palla passa nella mani del presidente della Corte d’Appello di Milano che dovrà decidere – naturalmente prima del 24 luglio, prossima data calendarizzata, ma forse addirittura già domani poterebbe arrivare la decisione – che dovrà con ordinanza definire se accettare o meno la richiesta.

La seconda udienza milanese sui fatti che riguardarono la morte della giovane studentessa varesina nel 1987 si era aperta in mattinata già con la attesa deposizione di Piergiorgio Vittorini, l’avvocato di Brescia che già in primo grado disse di aver avuto contatti con l’estensore della lettera « in morte di un’amica » recapitata ai parenti della vittima il giorno del suo funerale e considerata uno dei pilastri dell’impianto accusatorio.

Il segreto mi sta «lacerando l’anima, ho una famiglia, ho dei figli. Ho scritto io la lettera inviata alla famiglia di Lidia Macchi». Con queste parole, un cliente dell’avvocato Vittorini, avrebbe detto di essere l’autore della lettera spedita alla famiglia Macchi.

L’avvocato Vittorini non ha tuttavia comunicato l’identità del cliente avvalendosi del segreto professionale. Secondo gli inquirenti, quel testo inviato alla famiglia Macchi e intitolato ‘In morte di un’amica’, fu scritto dallo stesso imputato.

Nella sua testimonianza il penalista ha riferito che una persona si sarebbe presentata nel suo ufficio, in due occasioni, alla fine del febbraio 2017, e certamente prima che lo stesso legale informasse della missiva la corte d’Assise di Varese sostenendo che il suo cliente avrebbe scritto il messaggio come forma di “protesta” contro una morte ingiusta.

L’avvocato ha specificato che la persona in questione è un uomo e di aver da quest’ultimo ricevuto un mandato difensivo: il legale ha quindi potuto invocare il segreto professionale, rinunciando a svelare l’identità.

Vittorini ha inoltre escluso le richieste della famiglia Macchi di poter portare per un confronto nel processo un tampone col dna del suo cliente e per fare un raffronto grafologico in forma anonima.

Nell’udienza vi è poi stato un contraddittorio serrato fra le due consulenti grafologiche Altieri (della difesa) e Contessini (della Procura).

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 luglio 2019
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