Lidia Macchi: “Processo mediatico, manca la pistola fumante”

Nella prima parte dell’arringa difensiva, smontato l’impianto accusatorio che vuole in carcere Stefano Binda: “Processo indiziario, l’alibi regge”

«Una colpevolezza costruita e cucita sulla persona di Stefano Binda. Questo processo è un gigante dai piedi d’argilla che ha sempre vacillato». Patrizia Esposito, una dei due difensori di Stefano Binda, imputato per l’omicidio di Lidia Macchi, non ha dubbi.

Ci sono stati due processi, uno in Corte d’Assise, a Varese, di fronte ai giudici popolari e togati, che terminerà il prossimo 24 aprile. E uno ancora in corso e che forse si protrarrà anche oltre la sentenza, che è quello mediatico.

Processo Lidia Macchi

Grazie alla grande portata dell’interesse generato dai media, «quello di Lidia Macchi non è il processo per una ragazza di 21 anni morta in provincia di Varese, ma assume una diversa portata. Il più importante caso a livello nazionale. Il punto è che manca la pistola fumante. Anzi, manca proprio la pistola».

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I processi mediatici si subiscono o si gestiscono, quindi, e «noi abbiamo deciso di subirlo, d’accordo con l’imputato. Ma questo solleva problemi giuridici, morali e sociali e qui ci sono tutti e tre. La questione morale in questo processo è importante perché noi, in quest’aula, vogliamo non un colpevole. Bensì “il” colpevole».

La tecnica di costruzione del processo, secondo la difesa è suggestiva: «Descrivo il responsabile, lo associo ad un fatto storico e lo inserisco, come con gli insiemi matematici: ma non è questo che si può fare in un processo penale».

Una discussione, quella della difesa, che ha voluto smontare la tesi accusatoria della Procuratore Generale Gemma Gualdi, partita dalla conferma dell’alibi: «Tre persone hanno confermato la presenza dell’imputato a Pragelato, lui stesso lo disse subito dopo i fatti: non era a Cittiglio al momento del delitto».

È stata chiesta l’assoluzione per non aver commesso il fatto, e la parola è poi passata al secondo difensore, l’avvocato Sergio Martelli che ha analizzato le perizie e ha molto insistito sulla inutilità delle ricerche sia al parco Mantegazza per la ricerca dell’arma sia quelle al Sass Pinin: «Sono costate centinaia di migliaia di euro e non sono servite a nulla». Importante invece per la difesa l’assenza di dna mitocondriale compatibile con l’imputato in merito ai quattro capelli trovati nella zona pubica della vittima nel corso dell’analisi successiva alla riesumazione del corpo.

Nel corso della lunga mattinata, protrattasi poi senza interruzione fino al primo pomeriggio, lo stesso Martelli ha specificato la grande importanza dei giudici popolari a cui ha chiesto di portare “il buon senso dei cittadini comuni” all’interno delle aule di giustizia.

Un tema che lo stesso avvocato ha poi evocato parlando coi giornalisti: «Negli anni passati abbiamo visto difficoltà che questo tribunale non si meritava. È un problema generale del sistema giustizia. Nel nostro caso abbiamo indagini fatte limitatamente e con difficoltà di impostazione. Spero che non si cerchi di ridare dignità al tribunale commettendo una grave ingiustizia sulle spalle di Binda».

La prossima udienza sarà quella decisiva: il 24 aprile si saprà la decisione della Corte d’assise, che arriverà alla fine di un probabile giro di repliche che partirà dalla accusa.

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Pubblicato il 20 aprile 2018
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