Processo Lidia Macchi, l’accusa chiede l’ergastolo per Stefano Binda

La richiesta al termine di una requisitoria fiume partita dall’omicidio, nella quale sono stati toccati diversi elementi per confutare alibi e difesa dell’imputato

Avarie

Stefano Binda e Lidia Macchi si conoscevano e si frequentavano anche nei mesi prima dell’omicidio della ragazza. E i messaggi scritti, che attestano la conoscenza di “particolari noti solo a chi può aver commesso il fatto” sono attribuibili a Stefano Binda, per il quale l’accusa rappresentata dal procuratore generale Gemma Gualdi (nella foto) ha chiesto l’ergastolo.

DUE NOMI – E l’accusa gravita attorno a due persone definite dalla stessa procuratrice come testi fondamentali del processo: i loro nomi sono Patrizia Bianchi e Lelio Defina, amici e conoscenti dell’imputato.

Nella requisitoria cominciata nella mattinata di mercoledì 28 marzo, di fronte alla Corte d’Assise di Varese presieduta dal giudice Orazio Muscato, sono queste le due persone che spiccano nei ragionamenti dell’accusa.

La prima è la donna che ha riconosciuto la scrittura del Binda dopo la pubblicazione sui giornali della lettera anonima inviata ai familiari nel giorno del funerale di Lidia, il 10 gennaio 1987: la comparazione è stata effettuata confrontando le scritte sulle cartoline arrivate dalle vacanze di Binda e ricevute proprio dalla Bianchi. Da questa comparazione e dalla successiva comunicazione alla polizia si è arrivati al processo per omicidio che arriva dunque alle sue battute finali.

Una lunga ricostruzione ha riportato indietro le lancette a quel 5 gennaio 1987, quando nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio più persone notarono quelle due auto: la Panda verde chiaro di Lidia, lì per trovare un’amica ricoverata, e la berlina, la Fiat 131 sempre di colore chiaro. Auto dello stesso modello di quella in uso al Binda, di proprietà del padre.

L’OMICIDIO – Poi il ritrovamento del corpo – due giorni dopo, il 7 gennaio, al Sass Pinin a Cittiglio, posto frequentato da tossicodipendenti – sotto alcuni cartoni, straziato da 29 coltellate, vicino all’auto nella quale sarebbe stato consumato il primo rapporto sessuale della vittima, lì uccisa.
Le immagini del cadavere e le ricostruzioni della scena del crimine, i primi interrogatori e le indagini iniziali sono stati un flash back per tutte le parti, imputato compreso, presente in aula.

Il procuratore è partito proprio dalla figura di Patrizia Bianchi “una roccia sofferente e travagliata, ma sempre una roccia” passata da numerosi interrogatori, che ha riconosciuto la grafia di Binda e deciso di parlare “perché è stata una cosa giusta e se è giusta oggi, non è detto che possa esserlo domani”.

I MESSAGGI – L’attendibilità di quei fogli è suffragata – sempre secondo l’accusa – anche da perizie ricordate nella ricostruzione, perizie sia grafologiche, sia merceologiche: fogli provenienti dallo stesso quaderno trovato in casa di Binda nel corso delle perquisizioni nella sua casa di Brebbia.

I SEI ALIBI – Sono stati ricordati i ben 6 alibi di Binda tra cui quello della vacanza a Pragelato, per la quale è stata realizzata una “mappa” delle persone che sono state sentite per verificare la presenza dell’imputato in quei cinque giorni sulla neve. Risultato: per Gemma Gualdi si tratta di alibi inattendibili.

Sempre la testimonianza di Patrizia Bianchi poi, sarebbe importante in merito ad un pacchetto di carta presente nell’auto di Binda a pochi giorni dalla morte di Lidia, fatto sparire “narcisisticamente” di fronte alla stessa Bianchi, lasciato probabilmente nel parco Mantegazza a Varese, parco poi setacciato dagli inquirenti: lì in quel parchetto, si è cercato il coltello usato nell’omicidio e custodito da quella busta di carta. L’arma del delitto – mai trovata –  che aveva fatto inalberare Binda durante una conversazione al telefono sempre con l’amica Patrizia.

SI CONOSCEVANO – Ma Binda e Lidia, alla fine, si conoscevano o no? Secondo quanto ricordato nella requisitoria sì, ed è qui che viene ricordata l’importanza fondamentale di un’altra figura «determinante» nel processo, cioè quella di Lelio Defina, testimone sentito nella fase dibattimentale che ai tempi frequentava l’università degli Studi di Milano e che ha più volte visto Binda in compagnia di Lidia e altri amici, proprio alla Statale, dove lei studiava. Dai registri delle scuole superiori frequentate di Arona, frequentate da Binda perché bocciato, risultano le sue assenze da scuola. Assenze, una trentina, fatte da Binda per stare con Lidia a Milano.

PROCESSO INDIZIARIO – «Si tratta di un processo indiziario», come è stato più volte ricordato «e per 10 volte abbiamo cominciato da capo le indagini». «Episodi di depistaggio, tutti scollegati tra loro con l’obiettivo di accusare altri responsabili».
Nessuna congettura, quindi, ma solo l’applicazione delle norme della legge, per l’accusa; «indizi solidi che riconducono responsabilità ad un solo soggetto: Stefano Binda, soggetto dalla doppia personalità, dedito alla dissimulazione del vero, alla Dr Jekyll e Mr Hyde».

LA PENA – L’accusa ha chiesto l’aggravante della crudeltà per la violenza dei colpi, un “dolo d’impeto”, insorto dopo il rapporto sessuale, dopo quei 20, 30 minuti seguiti all’amplesso, il primo della vita della ragazza. «Lidia pensa che sia un amore impossibile perché Stefano si buca, non vede però un futuro, sebbene lo ami. Non so cosa sia accaduto in quei trenta minuti che separano la fine del rapporto sessuale e la morte», ha spiegato il procuratore generale nella sua conclusione.
Viene chiesta anche l’aggravante dei futili motivi, «motivi che non possiamo comprendere, ma solo valutando una caratteristica psichica emersa dalle perizie che descrive reazioni violente quando a Binda si avvicina una persona di sesso femminile. Una sorta di reiezione difensiva».
L’ultimo appello viene rivolto ai giurati: «Avete un grande compito, è il tempo di dimenticare i timori e di essere forti».

Poi la richiesta della pena, alle 17.30, che ha un nome: ergastolo.

Prossima udienza il 13 aprile, quando toccherà alla parte civile. La sentenza, dopo un’altra udienza fissata per il 20 aprile, è attesa per il 24 aprile.

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 28 marzo 2018
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