Lidia Macchi vittima in una storia senza ancora un colpevole

Assassini imprendibili, “perché il rapporto che li legava alle giovani probabilmente era molto delicato e nel caso si fosse interrotto avrebbe potuto avere conseguenze impensabili". Il corsivo di Pierfausto Vedani

Avarie

Sono cronaca quotidiana violenze e anche terribili e devastanti prepotenze, ingiurie, ingiustizie ai danni delle donne dopo che da alcuni decenni lottano per avere diritti, opportunità sociali e culturali pari a quelli dell’universo mascolino.

La cronaca nera in particolare è specchio fedele di questa situazione che affonda le radici in una atavica mancanza di rispetto da parte dei maschi che si fonda su una diversa capacità muscolare, non certamente cerebrale, rispetto a quella di chi li ha generati, protetti, cresciuti.

A questa continua e a volte feroce repressione nei confronti delle donne era inevitabile che pensassi leggendo le notizie processuali relative alla dolorosa vicenda di Lidia Macchi.

Vicenda che alla memoria del vecchio cronista ha riportato due casi analoghi, credo ancora irrisolti, essi
pure avvenuti in ambienti paracattolici, dove eventuali devianze possono essere sorrette da una intelligenza
che essa pure può sbandare e se scivola nella palude criminale è fonte di drammi e anche di incubi personali.

Una giovane assassinata a Roma nell’atrio di un palazzo abitato da famiglie davvero belle e una studentessa straniera accoltellata a Milano in una università di grande tradizione, forse non ebbero mai giustizia come non l’hanno ancora avuta Lidia e i suoi famigliari.

Assassini implacabili e imprendibili, perché? Perché il rapporto che li legava alle giovani probabilmente era molto delicato e nel caso si fosse interrotto avrebbe potuto avere conseguenze impensabili. Da qui l’orribile scelta dell’inganno atroce dell’ultimo appuntamento, di una ingannevole parentesi serena prima di spegnere
una giovane vita.

Questa pista è stata battuta a lungo dalla Procura varesina e da un folto gruppo di investigatori che non
misurarono il loro impegno quotidiano nella caccia all’assassino.

Quando ci furono cambiamenti arrivarono pure svolte investigative che sono costate oltre tre anni di carcere
a un innocente. Così almeno hanno stabilito in appello i giudici milanesi, ribaltando l’ergastolo appioppato in
primo grado a un imputato, istruito e apprezzabile ma che a fatica sembrava ricoprire il ruolo di condivisore
di segreti con la giovane e colta Lidia.

Per cultura, accresciutasi in anni di frequentazione dei palazzi di giustizia, per rispetto verso le famiglie degli
imputati, non vado oltre, ma come cittadino credo di avere il dovere di ringraziare in particolare gli uomini
di prima linea, gli investigatori, che hanno dato l’anima per identificare l’assassino.

Anni di contatti, di lavoro in comune ci avevano legati in un bellissimo corretto rapporto. Così è stato anche con i
magistrati di piazza Cacciatori delle Alpi. E anche con Agostino Abate, persona di rara coerenza e inflessibilità.
Spero che nella lunga battaglia per dare giustizia a Lidia a nessuno sia passato per la testa di insegnargli come si fa.

di
Pubblicato il 26 luglio 2019
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