Ravo: «Farò vedere quello che oggi il pubblico non vede»

L'artista sta realizzando una Pinacoteca a cielo aperto, sei opere ispirate ai grandi classici, realizzate con le bombolette spray sui muri lungo le vie del centro del paese

ravo mattoni

Andrea “Ravo” Mattoni sembra il nome di un predestinato dell’arte. A lui, che ormai è diventato un apprezzato pittore a livello internazionale, è stata affidata la realizzazione  della Pinacoteca a cielo aperto di Angera, sei opere ispirate ai grandi classici, realizzate con le bombolette spray sui muri lungo le vie del centro del paese che si affaccia sul Lago Maggiore. Nato a Varese da una famiglia di artisti, “Ravo” con i suoi dipinti  punta al recupero del classicismo nel contemporaneo. Un percorso iniziato tre anni fa a Varese quando realizzò la Cattura di Cristo del Caravaggio  e pochi mesi dopo, nella piazzetta Ex Sama di Angera, un murales ispirato al Fanciullo con canestra di frutta, sempre del grande maestro barocco.

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Ravo, in che cosa consiste questo progetto?
«L’idea è di rappresentare e portare avanti una tradizione molto antica, quella della copia, ma in chiave contemporanea, grazie all’utilizzo delle bombolette spray. Un lavoro legato sempre a una correlazione col territorio, che può essere nazionale, regionale o provinciale, come in questo caso ad Angera».

Perché è ritornato ad Angera dopo l’esperienza del 2016?
«Dopo il Fanciullo con canestra di frutta, sono stato ricontattato dall’amministrazione comunale angerese per un progetto molto più specifico: riprodurre delle opere del territorio fra cui gli affreschi della Rocca di Angera, i quadri in Canonica, e, addirittura, un ciclo di affreschi che si trova in una residenza privata, quindi non visibile al pubblico».

È corretto definirla un “pittore con bombolette spray”?
«Le etichette sono sempre etichette, in fondo. Sono un artista, faccio arte contemporanea; vengo definito “street artist”. Si tratta di una grande corrente mondiale non eterogenea che affronta la tematica dell’arte pubblica. Ma in quello che faccio c’è anche tanta didattica, molto spesso presento il mio lavoro a scolaresche: elementari, medie e superiori. A volte vengo affiancato da uno storico dell’arte come il dottor Cova oppure, come in Francia, dal direttore del dipartimento di educazione del Louvre, con cui collaboro e che venne a conoscermi per la prima volta in Italia proprio qui, ad Angera».

A proposito di questo lato didattico, durante la performance al museo archeologico ha dichiarato di voler portare in strada l’arte, ormai tolta dalle scuole.
«Viviamo in un periodo storico difficile, “tosto”, per l’insegnamento dell’arte. Il mio è un tentativo di andare controcorrente, e, effettivamente, quello che faccio è portare un po’ di storia dell’arte sul territorio e sulla strada. L’arte pubblica è estremamente democratica: può arrivare a tutti e, di conseguenza, si riescono a creare dei ponti con le istituzioni museali, fornendo così nuovi stimoli. Se si sottrae a livello scolastico, allora questo stimolo può arrivare dalla strada dove chiunque, attraverso le mie opere, si può interessare, incuriosire e poi andare a vedere l’originale».

È curioso, lei proviene da una cultura, quella dell’hiphop, molto lontana dalle istituzioni, e, a volte, anche dalla legalità. Adesso invece c’è una vera e propria collaborazione con musei e amministrazioni.
«Provengo dal mondo dei graffiti, la seconda generazione di “writer”. Ho imparato sulla strada a utilizzare le bombolette spray, d’altronde non ci sono altre scuole. Successivamente all’Accademia delle Belle Arti di Brera mi sono dedicato invece allo studio della pittura ad olio, alla fine ho messo assieme questi due mondi: il mio amore viscerale per l’arte classica e una tecnica imparata sulla strada. C’è un filo rosso che mi lega alla mia origine ma c’è anche un’evoluzione che mi ha portato a fare altro. Oggi definirmi writer è un’affermazione sbagliata,  è come definire assassino chiunque utilizzi un coltello… si può anche essere degli chef. Non sono però neanche uno storico dell’arte, con cui comunque lavoro. Anzi, sono loro a darmi dei suggerimenti sui vari artisti legati al territorio, proprio come fanno le istituzioni o i comuni. Un esempio mi è capitato in Sardegna con il maestro di Ozieri, pittore non molto conosciuto del Cinquecento ma importantissimo per il territorio sardo».

La sua arte a cielo aperto, che non rimane chiusa in un museo, ha la capacità di diventare virale?
«La viralità deriva principalmente dalle nuove tecnologie. I social network e internet hanno permesso in maniera veloce, immediata, la diffusione delle mie immagini. Oggi si pensa spesso con negatività ai social network ma in realtà possono essere uno strumento utilissimo. Indirettamente, sono state le immagini a parlare per il mio lavoro e così sono entrato in contatto con varie istituzioni museali come il Louvre e quelle di tutta Europa, fra cui Svizzera, Germania o Belgio. A dire la verità mi sono sempre trovato molto bene anche in Italia, come a Varallo Sesia. Non mi piace fare delle distinzioni: il mio è un progetto europeo e mondiale».

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Pubblicato il 30 agosto 2019
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