Il 39% dei metalmeccanici ritiene di non lavorare in sicurezza

Il questionario realizzato da Fim, Fiom e Uilm ha coinvolto 140 aziende del Varesotto per un totale di 17.557 lavoratori. Oltre 6.000 i questionari raccolti e analizzati

sindacato

Negli ultimi dieci anni i morti sul lavoro sono stati 17mila. Esattamente come 40 anni fa, si continua a morire nei cantieri e nelle fabbriche schiacciati da pesi, investiti da mezzi in manovra, asfissiati da esalazioni chimiche, precipitando dall’alto. Il contatore funebre dei morti sul lavoro non ha mai smesso di girare nonostante le leggi, la formazione, la consapevolezza da parte dei datori di lavoro, sindacati e lavoratori.

Da gennaio ad agosto di quest’anno le denunce per infortuni in Lombardia sono state 77.317, lievemente in calo rispetto al 2018 (77.885). Mentre gli incidenti mortali sono passati da 97  a 102. La provincia di Varese, in termini tendenziali, sta peggio sia per quanto riguarda le denunce complessive degli infortuni, passate da 6.265  a 6.285, sia per quanto riguarda le morti, passate da 4 a 13. Visti i risultati, c’è dunque qualcosa che evidentemente sfugge nella percezione del fenomeno e fa precipitare l’Italia al quattordicesimo posto della classifica stilata da Eurostat in tema di sicurezza nei luoghi di lavoro.
(foto, da sinistra: Paolo Carini, Fabio Dell’Angelo e Nino Cartosio)

Per aiutare a colmare questo vuoto, le segreterie provinciali di Fim Cisl dei Laghi, Fiom Cgil e Uilm hanno realizzato un sondaggio sul tema “Ambiente e sicurezza“, coinvolgendo 140 aziende metalmeccaniche della provincia di Varese con 17.557 lavoratori per un totale di 6.137 questionari raccolti.

«Il nostro sondaggio – spiega Nino Cartosio, segretario provinciale della Fiom Cgil – è un unicum in Italia che non ha precedenti. Tutto il lavoro di raccolta ed elaborazione dati è stato svolto da volontari e non da una società demoscopica. Il nostro obiettivo principale è conoscere la percezione che hanno i lavoratori in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro. Una prova che dimostra anche il radicamento di massa che ha il sindacato nelle fabbriche, in un momento storico in cui si tende a sminuire il valore dei corpi intermedi».

Il questionario, che comprende ben 23 domande, indaga non solo il grado di consapevolezza del lavoratore rispetto ai rischi che comporta il suo lavoro ma anche la conoscenza delle figure presenti in azienda che si occupano di sicurezza, i riferimenti legislativi e le azioni da intraprendere. C’è un dato del questionario che però colpisce più di tutti e riguarda una domanda cruciale: quando svolgi la tua attività lavorativa, ritieni di lavorare sempre in sicurezza? Ebbene, il 39% dei lavoratori intervistati ha risposto di no. E poiché l’85% dei lavoratori intervistati, alla domanda numero diciotto, dichiara di conoscere i rischi delle attività svolte in azienda e anche quelli della macchina utensile che sta utilizzando, è come se che quel 39% si sentisse «immune» da quel rischio, come se riguardasse altri lavoratori.

Altro dato sorprendente è la risposta dei lavoratori intervistati alla domanda riguardante la titolarità dell’aggiornamento del Documento di valutazione del rischio (Dvr) – un passaggio a dir poco fondamentale nella prevenzione perché rappresenta la mappatura dei rischi presenti in un’azienda -. Il 55% ha risposto: «Non saprei»

«I risultati che abbiamo ottenuto – sottolinea Paolo Carini, segretario Fim Cisl dei Laghi – sono utilissimi per capire come agire per fermare quella che è una vera e propria strage. Gli infortuni, soprattutto quelli mortali, non sono mai il frutto del caso o della sfortuna. Oltre alla formazione che viene fatta a tutti i livelli, oltre ai break formativi nei luoghi di lavoro dove c’è molto turnover, per capire cosa non funziona nel passaggio di informazioni sarebbe utile analizzare i cosiddetti mancati infortuni. Noi ci rendiamo disponibili a dare il nostro contributo in termini di monitoraggio e analisi ».

C’è un tema dunque che riguarda il cambiamento del modo di organizzare il lavoro in azienda. L’ultimo lavoratore morto in provincia di Varese era un operaio interinale, particolare che secondo Fabio Dell’Angelo, segretario provinciale della Uilm, innesca un’ulteriore riflessione. «C’è un problema culturale – conclude il sindacalista – che coinvolge anche i datori di lavoro e l’organizzazione del lavoro. Un tempo si faceva magazzino e questo permetteva di fare una seria programmazione. Oggi invece si gestiscono le commesse e i picchi di domanda al momento ricorrendo ai lavoratori somministrati e il tempo per la formazione non è mai sufficiente. Certo i break formativi dovrebbero colmare questo deficit, ma fino a quando ci saranno lavoratori che, senza avere la necessaria conoscenza dei rischi, vengono spostati di postazione in postazione a seconda del bisogno momentaneo e aziende che appaltano interi reparti a società esterne, raggiungere quella consapevolezza diventa difficile».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 14 ottobre 2019
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