L’80 per cento delle donne che subiscono violenza non sporge denuncia

Operatori dei centri antiviolenza, medici, avvocati, amministratori pubblici e volontari si sono confrontati in un convegno ad Angera. I dati presentati indicano che il fenomeno in provincia di Varese è in aumento

Generico 2018

Com’è possibile?“. Una domanda per niente retorica che l’assessorato ai Servizi alla persona del comune di Angera ha scelto come titolo del programma di iniziative dedicate al tema della violenza contro le donne. Film, convegni, mostre e sport con il coinvolgimento attivo di adulti, anziani, ragazzi e bambini in un’ottica di prevenzione. Una mobilitazione necessaria se si considerano i numeri di un fenomeno che rasentano quelli di una guerra per troppo tempo sottaciuta. Dal 2000 a oggi le donne uccise in Italia sono state  3.230 di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge, di un parente o ex partner. «Abbiamo voluto coinvolgere tutte le categorie di persone – ha detto l’assessore Antonio Campagnuolo – perché questa situazione va affrontata anche sul piano della prevenzione. Nel caso della violenza sulle donne prevenire significa cambiare una cultura ben radicata nella nostra società».

Dall’inizio dell’anno in Italia è stata uccisa una donna ogni tre giorni. Una vera emergenza che si contrasta solo con un’azione mirata e capillare sui territori, come è emerso nel convegno che si è tenuto nella Sala Consiliare del comune di Angera a cui hanno partecipato i referenti della Rete interistituzionale antiviolenza di Varese che comprende quattro centri antiviolenza e tre case rifugio. «Il  concetto di rete – ha spiegato Daniela Restivo, responsabile del piano di zona ambito di Sesto Calende – serve a presidiare in maniera efficiente un problema. Nel caso della violenza contro le donne c’è un lavoro di presa in carico delle vittime e al contempo un lavoro di prevenzione. I centri svolgono un ruolo straordinario, lo fanno con passione e soprattutto con grande competenza».

I dati presentati durante il convegno indicano che il fenomeno in provincia di Varese esiste ed è in aumento. «Le donne che subiscono violenza hanno bisogno di essere accolte, di sentirsi al sicuro ed essere avvolte da un clima di comprensione, senza giudizi – dice Rosalina Di Spirito, vice presidente del centro Donna Si-Cura la cui sede principale Travedona Monate – È un fenomeno molto diffuso e articolato che si consuma quasi sempre all’interno della famiglia». Nel centro sono state accolte 114 donne, 57 nella sede di Travedona, 32 a Luino e 25 a Sesto Calende. Ad accogliere le vittime accanto ad operatori professionali ci sono anche volontarie adeguatamente formate e preparate. «L’accoglienza è un percorso serio, non si può improvvisare» conferma Martina.

Aumentano sempre di più anche i casi di violenza psicologica ed economica. «La donna deve essere consapevole che è stata vittima di violenza – dice l’avvocata civilista Cinzia Pili – Nelle separazioni e nei divorzi spesso la violenza assume la forma di ricatto economico oppure, quando ci sono, attraverso i figli. In questo modo la donna viene privata della sua autonomia e della capacità di autodeterminarsi. Bisogna fare molta attenzione e distinguere bene la violenza dalla normale conflittualità».

Diverso invece il ruolo dell’avvocato penalista che spesso si trova a lavorare in emergenza, in prossimità del fatto. «Lavorare in emergenza significa dare una risposta immediata alla vittima tenendo conto della rigidità degli schemi e dei tempi del processo penale – spiega l’avvocata Romana Perin – Bisogna fare denuncia e raccontare in modo dettagliato quanto è avvenuto per permettere al pubblico ministero di formulare con precisione il capo di imputazione e le eventuali aggravanti. Invece la vittima spesso pensa che sia sufficiente la sua presenza. Quando l’opinione pubblica si stupisce per una pena troppo lieve, deve sapere che è l’effetto di un racconto parziale. Le ragioni sono evidenti: per la vittima il racconto di quanto accaduto vuol dire rivivere quel dolore e riaprire una ferita. Serve un’adeguata assistenza e anche una certa sensibilità da parte dei vari operatori».

Spesso le domande che vengono fatte alla donna vittima di violenza sono tendenziose, puntano a screditarne la moralità e a smantellarne  l’autostima. «Gli avvocati difensori degli autori del reato spesso nel controesame pongono quesiti carichi di giudizi e insinuazioni – continua la penalista – che uniti al clima di pressione che si vive in un processo penale, mettono la vittima in seria difficoltà. Quindi, per quanto si possa arrivare preparati sul piano giuridico, c’è poi il piano emotivo che può riservare sempre delle sorprese. Comunque negli ultimi vent’anni sono cambiate molte cose e in meglio: è entrato in vigore il codice rosso, che ha modificato la disciplina penale, sia sostanziale che processuale, della violenza domestica e di genere. Non dimentichiamo che fino a poco tempo fa lo stupro era un reato contro la moralità e il buon costume, non contro la persona. Devo ammettere che a Varese, tra i giudici, c’è una certa sensibilità su questi temi».

Ci sono poi situazioni estreme che necessitano della messa in sicurezza immediata e totale della vittima. In questi casi le istituzioni e le forze dell’ordine si rivolgono alle case rifugio. «Noi siamo la terapia intensiva – spiega Giovanna Scienza, medico e presidente della casa rifugio Fondazione Felicita Morandi – Interveniamo quando è fallito tutto. Le vittime, in pericolo di vita, vengono prese in carico a indirizzo segreto anche con i loro figli. Si eliminano tutti i contatti con il passato. È come se le vittime ricominciassero una nuova vita».  La casa rifugio Felicita Morandi è stata aperta nel 2005. «Abbiamo iniziato con il cuore – prosegue la presidente – e abbiamo continuato con le competenze. La casa rifugio è complessa e articolata, basti pensare che noi lavoriamo 24 ore su 24. Riceviamo un finanziamento dalla Regione di 253 mila euro, 40 euro al giorno per ogni donna, ma ne servono almeno 120mila in più. Ormai faccio la manager a tempo pieno, cercando di reperire i soldi mancanti attraverso bandi o benefattori. Invece dovrebbe essere la Regione a cambiare il modo di allocare le sue risorse».

La rete interistituzionale  antiviolenza di Varese ha un’organizzazione complessa e vasta, con i suoi punti di forza e di debolezza. «Comprende ben 122 comuni e 8 ambiti – spiega Rossella Dimaggio assessora ai servizi educativi del Comune di Varese e referente capofila della rete – La coperta del bilancio comunale è sempre troppo corta ma non facciamo mai mancare il nostro apporto al budget dei centri e delle case rifugio che sono il cuore della rete».

«Ci troviamo di fronte a un fenomeno in crescita che ha una radice socioculturale profonda, frutto di una mancata educazione emotiva – conclude l’assessora Dimaggio- . È molto importante portare a conoscenza delle donne l’esistenza di queste strutture perché chi è vittima di violenza deve poter essere accolta rispettando i suoi tempi per la denuncia e senza sentirsi giudicata sul suo vissuto. E per farlo bisogna essere preparati e formati a dovere. Credo che oggi la vera sfida sia far emergere il sommerso che purtroppo è ancora troppo alto».

La cifra nera, ovvero il non denunciato, sfiora l’80%.  Una percentuale altissima che la dice lunga su quanto lavoro ci sia ancora da fare. «Lo strumento per abbattere questa percentuale esisterebbe – conclude Giovanna Scienza – ed è la medicina di base. È stato calcolato che un medico con 1.500 mutuati ha mediamente almeno 75 donne vittime di violenza, ma il passaggio di informazioni non avviene».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 23 Novembre 2019
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