Il pastore di robot? Potrebbe essere un nuovo mestiere

Intervista all'economista Marco Magnani autore del libro "Fatti non foste a viver come Robot" pubblicato da Utet e appena uscito in libreria

Soldati Robot

All’inizio degli anni Novanta l’economista Jeremy Rifkin scrisse un libro dal titolo provocatorio “La fine del lavoro”. Erano gli anni in cui i personal computer entravano nelle case e la potenza di calcolo faceva intravedere prospettive straordinarie e anche un po’ funeste, come, appunto, la fine del lavoro. Ebbene, secondo Rifkin, in un tempo nemmeno troppo lontano i computer avrebbero sostituito i lavoratori, soprattutto nel settore del terziario. La tesi dell’economista americano – poi smentita dai fatti – diede vita a un dibattito pubblico sul futuro del lavoro senza però alimentare scenari catastrofici e paure infondate. L’esatto contrario di quanto sta avvenendo oggi con l’avvento dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale e dei robot che nell’immaginario collettivo sembrano voler indirizzare l’umanità, non tutta naturalmente, verso un’inesorabile “rottamazione” di massa.

Il libro appena uscito nelle librerie dal titolo “Fatti non foste a viver come Robot” dell’economista Marco Magnani, pubblicato da Utet, arriva dunque al momento giusto. Docente di Monetary and financial economics in Luiss, fellow dell’Istituto Affari internazionali e dal 2011 senior research fellow alla Harvard Kennedy School of Government, Magnani prova a disinnescare la deriva apocalittica che caratterizza il dibattito corrente relativo al rapporto tra uomo e macchina con argomentazioni che trovano le loro ragioni sia nella storia che nell’analisi del presente.

Professore, perché oggi il rapporto tra uomo e robot alimenta in modo così forte la paura?
«Rispetto all’uscita del libro di Rifkin, noi stiamo vivendo in un tempo globalizzato e iperconnesso dove  vediamo accadere ciò che temiamo. La paura nasce dalla consapevolezza che le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale stanno insidiando sempre di più professioni a livello medio-alto anche in termini di retribuzione. Con Internet la diminuzione del valore del lavoro, anche quello intellettuale, è una tendenza reale e in atto. Quindi quelle professioni che fino a ieri sembravano intoccabili, come per esempio il trader finanziario, oggi sono minacciate dal progresso tecnologico. Non è una novità è sempre accaduto nella storia: le macchine sostituiscono l’uomo e le innovazioni aumentano la produttività. Ciò che si teme è una crescita senza lavoro, una dimensione nuova che ha conseguenze sul piano sociale, ambientale, demografico, alimentare ed energetico».

Il fatto che la minaccia portata dai robot e dall’intelligenza artificiale sia trasversale la rende più pericolosa?
«La rende diversa. Quando si va a toccare la classe media, il problema è più difficile da gestire in termini di politica economica. Se devo reintrodurre nel mondo del lavoro persone che hanno fatto il consulente bancario, il giornalista, il trader, quindi profili con un reddito alto, anche il costo della loro formazione e reinserimento nel mercato del lavoro sarà più oneroso per il sistema».

In questo passaggio si corre il rischio di creare élite di lavoratori in possesso di alcune competenze, rispetto a chi non le ha?
«La polarizzazione del mercato del lavoro c’è già. Ci sono poche professioni e molto ben pagate. Tutto quello che c’è in mezzo tra le élite e i ceti lavorativi più bassi è a rischio estinzione. Siamo solo all’inizio. Pensi alla banca. Fino a pochi anni fa c’era il direttore, il vice direttore, il cassiere, il fattorino, una pletora di figure che non ci sono più. Oggi le filiali in America sono file di macchine Atm e quando hai problemi a fare determinate operazioni c’è solo una persona, il più delle volte uno studente part time, che ti mette in contatto con l’ufficio tecnico».

Però molte imprese in questa fase dicono di non trovare sul mercato del lavoro le figure professionali che servono.
«C’è sicuramente un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, ma è altrettanto vero che sui lavori del futuro non ci sono certezze. Il 63% dei mestieri che i bambini di oggi faranno una volta diventati adulti, ancora non esiste. In quest’ottica non è solo importante la formazione ma l’istruzione al cambiamento, alla flessibilità e alla versatilità».

Che tipo di competenze e abilità occorrono a un giovane che vuole trovare lavoro?
«Oltre alle competenze tipiche dell’era industriale, occorre sviluppare abilità intellettuali e personali che consentano alle persone di affiancare le macchine e, attraverso la collaborazione, migliorare le prestazioni professionali. I sistemi d’istruzione formale – scuola e università – vanno ripensati al fine di ridurre il crescente skill gap prodotto dalla tecnologia. Ciò coinvolge diversi ambiti: istruzione tecnico-scientifica, formazione classica, sviluppo di soft skill e flessibilità. È necessario inoltre porre maggiore enfasi sull’insegnamento delle materie tecniche e scientifiche, le cosiddette STEM, ovvero science, techology, engineering e mathematics. Quello che dobbiamo fare è instaurare una convivenza intelligente con le macchine. Fra i “nuovi mestieri” potrebbe essercene soprattutto uno, antichissimo: l’uomo-pastore dei robot».

L’Italia è la patria dell’umanesimo. Che fine farà la formazione classica?
«Avrà un ruolo molto importante perché una buona formazione umanistica consente all’uomo di usare la tecnologia senza esserne sopraffatto e di affrontare le complesse questioni etiche poste dallo sviluppo tecnologico. Quindi all’acronimo STEM bisogna aggiungere la A di Arts. E poi ci sono le cosiddette soft skill, vale a dire quelle caratteristiche umane che computer, software e algoritmi non possono rimpiazzare. Sto parlando del pensiero critico e creativo, della capacità di risolvere problemi e prendere decisioni, dell’intelligenza emotiva, delle attitudini relazionali, sociali e comunicative. In quest’ottica il sistema scolastico è l’elemento chiave per affrontare il cambiamento ma deve ripensare sia i metodi d’insegnamento che i criteri di valutazione».

Ritornando ai pericoli per la democrazia e la stabilità sociale, che cosa la preoccupa di più?
«
Le minacce che mi preoccupano sono di due tipi: l’utilizzo improprio di queste innovazioni tecnologiche e il rischio di impoverimento della società. Per quanto riguarda il primo aspetto, i regimi totalitari già usano queste innovazioni, pensiamo al riconoscimento facciale, per controllare gli avversari politici. Rispetto all’impoverimento, come dicevo, osserviamo la formazione di oligarchie economiche, poche persone retribuite lautamente, la scomparsa della classe media e, in basso alla base della piramide, l’aumento dei poveri, persone che per vivere devono fare più lavori contemporaneamente».

E nei paesi emergenti che cosa sta accadendo?
«Il fatto che l’automazione rende il vantaggio del costo del lavoro più basso ininfluente ha innescato il fenomeno del reshoring, cioè del ritorno a casa delle imprese che avevano delocalizzato. Questo creerà nei paesi emergenti problemi di  disoccupazione crescente. Allo stesso tempo, ci saranno alcuni territori che perderanno i vecchi posti di lavoro, ma saranno abbastanza forti per attirare nuove professioni che sono estremamente mobili più del passato, e altri che perderanno i vecchi mestieri senza attrarne di nuovi».

Le imprese e la politica parlano lingue molto diverse, nonostante ciò l’Italia sarà in grado di affrontare questo cambiamento epocale?
«Se guardo al nostro paese sono comunque ottimista. Se guardo a Milano lo sono ancora di più perché  è già di fatto un hub, ovvero uno di quei luoghi dove ci sono le competenze e le infrastrutture in linea con il cambiamento. Nonostante questi segnali positivi, non posso fare a meno di pormi una domanda: ma la nostra classe politica ha capito che cosa sta per succedere?».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 05 febbraio 2020
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