Quegli addebiti di Umberto Galimberti al cristianesimo

Le riflessioni del professor Marco Pippione relative alla conferenza tenuta al teatro di Varese dal noto filosofo e psicoanalista

Generico 19 Feb 2024

 

Caro direttore,
sono un assiduo lettore del suo quotidiano on line, organo di informazione fra i più apprezzati di un vasto territorio che va ben oltre i confini provinciali. Mi permetto scriverLe come reazione immediata all’articolo pubblicato (a firma l.r.) Dall’antica Grecia all’IA, l’Io e il Noi di Umberto Galimberti riempie il Teatro di Varese, relativo alla conferenza del noto filosofo/giornalista tenutasi sabato 24 febbraio.
La fama e lo spessore culturale del relatore, nonché il tema della serata, hanno fatto sì che si registrasse un apprezzabilissimo sold out, ancorché l’ingresso fosse a pagamento, e con tariffe non proprio “popolari”.
Non ero purtroppo presente all’evento, ma mi permetto fare alcune considerazioni sulla base di quanto riportato nel vostro articolo. Determinate affermazioni di Galimberti presenti sui box di presentazione dell’evento (si veda, ad esempio, il sito del Teatro di Varese) – certo riprese ed approfondite nel corso della serata –, sono sicuramente condivisibili, pur andando piuttosto “controcorrente”.
Così, per citarne alcune: “L’amore è la categoria della vita ma comporta una condizione di gratuità: oggi mancano le condizioni dell’amore perché – in prevalenza dell’interesse come valore – la gratuità viene derisa e vista con sufficienza, come qualcosa di patetico”.
L’amore è prevalentemente vissuto oggi come passione, come fatto transitorio: nel nostro tempo si è sviluppato un concetto terrificante di libertà, dove libertà non è facoltà di compiere delle scelte ma come ‘revocabilità’ di tutte le scelte (sono incinta, abortisco, non amo più quest’uomo quindi divorzio ecc.)”.
Noi viviamo finché c’è qualcuno che ci ama: sono convinto che molte persone anziane ‘se ne vanno’ perché nessuno le ama più”.
Detto e condiviso ciò, mi lasci tuttavia, direttore, esprimere il mio dissenso su altre affermazioni relative al cristianesimo, riportate fra virgolette dall’articolo in oggetto. Mi riferisco, in particolare, laddove si legge: «La priorità dei cristiani è salvare l’anima e questo da un lato ha messo l’individuo prima della collettività e dall’altro ha eliminato la morte e la consapevolezza della ciclicità del tempo – dice Galimberti – Per i cristiani il futuro è sempre positivo, è progresso, come per la scienza occidentale. Mentre il passato è ignoranza, e il presente è ricerca. Ma questa insensata speranza che ha sostituito la consapevolezza della morte è drammaticamente passiva». E ancora: «Fuori dalla logica matematica il Due viene prima del Uno perché è dalla relazione che nasce l’individuo».
Sembra che Galimberti addebiti al cristianesimo certo individualismo, certa inconsapevolezza (“insensata speranza”), certo spiritualismo. Non voglio sicuramente competere con Galimberti sul piano delle idee, ma mi lasci dire innanzitutto – a partire dalla mia esperienza – che il cristianesimo è qualcosa che c’entra con l’anima e con il corpo (Cristo si è fatto carne; Cristo è risorto con il suo corpo!) e quindi con la vita tutta intera, fatta di cose materiali e cose immateriali. È così vero che nella storia occidentale – giusto per fare due esempi noti a tutti – sono stati i benedettini a mettere nuovamente a coltura le terre distrutte dai barbari o a fondare i primi ospedali aprendoli ai più poveri. Secondariamente, se da un lato è vero che Cristo ha sottolineato come nessun altro il valore unico e irripetibile del singolo uomo, è altrettanto indubitabile che il cristianesimo ha una sua connaturata dimensione comunitaria, riflesso del mistero della Trinità.
Da ultimo io sperimento come proprio il cristianesimo dia spessore esistenziale e gusto a parole quali gratuità, amore, libertà, stupore, alterità.
Nel ringraziarla per l’attenzione e l’ospitalità, auspico che questa mia lettera possa aprire un dibattito sulle pagine del vostro giornale, più che su quanto detto da Galimberti, su alcuni importanti temi da lui trattati: rapporto fra io, tu e noi; affettività e razionalità; conoscenza tecnica, intelligenza artificiale ed etica del limite.

Marco Pippione

Dall’antica Grecia all’IA, l’Io e il Noi di Umberto Galimberti riempie il Teatro di Varese

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Pubblicato il 27 Febbraio 2024
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  1. alesan3v
    Scritto da alesan3v

    Buongiorno. Per soddisfare la richiesta del prof. Pippione introduco qui la mia posizione riportando una degna citazione: “Dobbiamo forse rinunciare alla libertà perché la libertà si rivela un ideale cristiano? No, niente deve andare perduto, nemmeno la libertà; ma essa deve diventare nostra propria,
    e questo essa non può farlo nella forma della libertà”. Queste parole provengono da l’Unico e la sua proprietà di Max Stirner, il filosofo maledetto, il cantore dell’egoismo e dell’individualismo, auto-espulsosi dalla sinistra hegeliana e scartato dalla storiografia della filosofia ufficiale perché assurdo. Eppure Stirner ha sempre avuto ragione e tutti gli altri no. Cosa non si fa se non per amore di sé stessi, ma anche a cosa si rinuncia per la stessa causa? Quella propria, quella individuale, quella egoistica. Così anche è per Galimberti, per il cristianesimo, per ogni io o tutto che fondi la propria causa su sé stesso. Ma io non sono il professor Galimberti, né il Pippione, né lo spirito del cristianesimo, ma solamente io. Ed anzi tanto più io aderisco alle loro idee, tanto più condivido il pensiero di qualcun altro, tanto più non sono io, mi allontano da me stesso, poiché chi parla non è lui a parlare, quasi sempre, ma è lo spirito che lo muove, le idee della ragione o del cuore che parlano per lui. Con il cristianesimo e lo spirito delle leggi civili si dà atto ad un dominio sovraelevato a me, con l’areté greca si annullò l’individualità propria per divenire cittadini e soddisfando così la causa dello Stato, della polis. C’è un potere a noi sovraneo che non è quello di Dio o della ragione, ma è il mandato di governo che noi abbiamo conferito loro rinunciando alla nostra autorità, per immolarci allo spirito di abnegazione, alle cause superiori, giacché esse sono il fine ultimo delle nostre aspirazioni, la “buona causa” nella quale dobbiamo dissolvere la nostra. E tutto ciò a vantaggio di chi deve essere compiuto? A nostro, si dice, per amore di noi stessi! Oh, quale paradosso, quale assurdità e inganno riconoscerebbe immediatamente qualunque uomo si ridestasse dal torpore idealistico, ricominciasse ad ascoltare interamente sé stesso e non solo la propria “coscienza”. Ma per fare ciò occorre annullarsi ugualmente, sciogliere il proprio legame con i comandamenti del cuore e della ragione per lasciare voce al proprio io. E lì si scoprirà che l’io è nulla, che è un vuoto onnipotente da cui però si genera tutto, ogni singolo passo della propria singolare vita ed ogni proposito di vita comunitaria. Chi l’ha detto che io non possa stare in piedi con le mie gambe, reggermi interamente ed unicamente con le mie sole proprie, interiormente ed esteriormente? Ma così non si deve fare, poiché è il diritto concessomi da altro che conferisce a me la libertà, non la forza di sapermela prendere da me stesso, così come il mio appello al diritto proviene da questa mia incapacità di stabilire io la legge, o perché la legge mi ha arrecato un torto od un danno e per questo io avanzo le mie richieste e le mie petizioni affinché il principio legalitario venga ristabilito.
    Tutte queste rimostranze sono puerili formalità e rimangono inefficaci, così come nominare semplicemente lo Spirito Santo o il noùs non rende me santo o intelligente, ma mi illude semplicemente di essere quelle cose, perché io mi avvalgo di una conoscenza nominale e la verità si conosce solo sul piano della parola. Sono tutte parole, tutte essenze immaginifiche di una tradizione del pensiero e della cultura che ci portiamo sulle spalle da millenni, e per quanto irreali esse ormai pesano nel nostro fardello, quando le ossa e le membra scricchiolano sotto il peso di questo accatastamento verbale del Lògos e della Storia. Vanitas vanitatis et omnia vanitas!
    La strada da ricercare è nella volontà e nell’arbitrarietà della causa propria, che diviene più evidente e chiara quando si mette in luce questa schietta verità della causa egoistica, e si smette una volta per tutte di aggrapparsi alle leggi, al cuore ed alla ragione, per cercare nell’altro la salvezza o la colpa di tutti i propri mali. Il filosofo Galimberti, che si dice greco, e i padri della scolastica come san Tommaso d’Aquino, sono in realtà la stessa cosa, le due facce della stessa medaglia, in quanto che i nostri rapporti di umani sono morali, poiché in noi è impresso il presupposto della moralità e della legalità, i quali da un lato diciamo ci elevino alla realizzazione spirituale e materiale e nell’altro ci privano della libertà dalle cose, trattenendoci in una falsa coscienza che sin dall’infanzia ci è stata inculcata e imbeccata per il nostro bene.

    “Per essere un buon cristiano c’è solo bisogno di credere e questo si può dare anche nelle condizioni più opprimenti”

    “Non la fede e la povertà, ma il possesso e la cultura rendono beati. Ciò comprendiamo anche noi proletari” – Max Stirner, l’Unico e la sua proprietà

    Cordialità

    M° Alessandro Vaccari

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