“Ho arbitrato il basket in tutte le sue forme”: dopo 38 anni Viviano Molinari chiude la carriera (federale)
«Ho iniziato per caso, è diventata una passione enorme. Smetto per limiti di età ma mi troverete ancora nei tornei amatoriali». Ricordi di una carriera tra Komazec e Lebron, tra il basket in carrozzina e quello dei superveterani
La prima volta fu a Maccagno, l’ultima a Origgio. Nel mezzo non c’è solo l’intera estensione geografica della provincia di Varese ma anche una storia durata 38 anni e migliaia di partite («penso siano quasi 6mila, contando tutto…») che hanno coinvolto sia i giganti della Serie A, sia i ragazzi delle giovanili, sia gli atleti in carrozzina, sia i superveterani del maxibasket.
Il protagonista di questo viaggio però, il pallone lo ha toccato solo a gioco fermo: il suo strumento principale è il fischietto perché lui, Viviano Molinari, è forse l’arbitro più conosciuto dell’intero panorama cestistico locale. Molinari, che di professione è stato vigile del fuoco, ha diretto pochi giorni fa la sua ultima partita in ambito federale: «In FIP vige il limite dei 65 anni di età, c’è già stata una deroga e non posso andare oltre. Ma la carriera con il fischietto – rassicura tutti – prosegue negli altri tornei promozionali».
LA VOCAZIONE
E dire che, all’inizio, il suo destino nel mondo dei canestri doveva essere un altro. «Ho iniziato a giocare nelle giovanili della Robur et Fides dove ero in squadra con Fabio Colombo, Cedro Galli e via dicendo. Poi da senior sono passato a Bizzozero e quindi ho iniziato ad allenare nella mia Velate portando la squadra fino in Promozione». E in quel momento, ecco la “vocazione”: «A quel tempo per diventare allenatori era obbligatorio arbitrare 40 partite, quindi ho iniziato… per forza. Però mi è subito piaciuto e ho iniziato a conoscere alcuni personaggi del mondo arbitrale come De Simone e Tallone. Hanno insistito e allora ho deciso: basta lavagnetta da coach, benvenuto fischietto».
CAMPIONI E APPASSIONATI
Una decisione che è stata ricchissima di soddisfazioni: «Posso dire di aver diretto il basket in ogni sua forma. Oltre alla carriera normale che mi ha portato fino in Serie C ho avuto molte esperienze nel basket in carrozzina dove ho fatto tanta Serie A e seguito anche la Nazionale. E poi i ragazzi del basket sordi, le giovanili e il mondo FIMBA, il “maxi basket” per chi è avanti con l’età. Sarò ai prossimi Mondiali che si disputano in Svizzera ma ho già diretto quelli di Montecatini e gli Europei di Pesaro».
Iniziare a 27 anni ha precluso a Molinari un approdo alle massime categorie nazionali, ma la vicinanza con la Pallacanestro Varese ha permesso all’arbitro di Velate di frequentare anche i grandi di questo sport. «In “carniere” ho moltissime amichevoli disputate da Varese tra cui quella più celebre: il test estivo dei Roosters, che poi avrebbero vinto lo scudetto, contro l’università di Kentucky ricca di talenti poi andati in NBA. La arbitrai insieme a Virginio Sala, forse il collega con cui ho condiviso più partite, ma fu lui a dare “fallo tecnico” al leggendario coach Rick Pitino. Ho anche diretto Lebron James quando, da ragazzino, disputò il Memorial “Rizzi” così come una amichevole tra due squadre di Eurolega: i Lions San Pietroburgo che avevano Gianni Chiapparo come g.m. e per un periodo si sono allenati al Campus, contro il Lugano che allora disputava la massima competizione continentale». Tanti, quindi, i campioni visti da vicino: «Il più forte? Direi Arijan Komazec, o almeno è il primo nome che mi viene in mente. Il più rognoso invece Pace Mannion, il papà di Nico».

PASSIONE, PRIMA DI TUTTO
Ma come si resta, per così tanti anni, sulla cresta dell’onda in un ruolo che spesso viene preso di mira? «Alla base di tutto c’è una grande passione. E poi servono impegno, concentrazione, forma fisica, capacità di leggere il gioco e… tempo libero perché arbitrare, soprattutto a certi livelli, toglie tanto alla vita privata. Però c’è anche l’altro lato della medaglia: le soddisfazioni che mi sono preso. Ho conosciuto tanta gente e credo di aver lasciato un buon ricordo».
In questo senso Viviano fa sua una frase sentita spesso sui campi della provincia, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno della settimana: «È stato bello sentirsi dire: “Moli, meno male che ci sei tu. Magari la partita dura poco (ridiamo entrambi ndr), ma almeno sappiamo che la direzione sarà buona». Già, perché Molinari è famoso per ridurre al minimo i tempi: «Diciamo che tagliavo un po’ di momenti morti, gli intervalli, il pre-partita…, però i 40′ regolamentari sono sempre stati rispettati!».
ACCANTO AI GIOVANI
Nella sua lunga carriera, Molinari ha fatto esordire praticamente tutti gli arbitri delle generazioni successive alla sua. «Ho davvero lavorato con un sacco di colleghi, tantissimi quelli che hanno cominciato insieme a me con il doppio arbitraggio. Alcuni anche molto bravi. Però un rammarico mi resta: nessuno di loro è mai arrivato in Serie A, una categoria che da troppi anni non ha un fischietto varesino». Un’assenza che si accompagna anche a un “calo di vocazioni”: «Negli ultimi anni il numero di arbitri si è molto ridotto, tanto che ora si fa fatica a coprire tutte le partite, specie giovanili. L’età di ingresso è stata abbassata ma così c’è anche il rischio di perdere per strada i ragazzi. Io, a questo punto, non posso più dare una mano in FIP. Ma state tranquilli che non smetterò facilmente con i campionati amatoriali».
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