Il tennista sempre instabile, un prodigioso incrocio tra i Metallica e Mozart

Così David Foster Wallace descriveva il tennista professionista. Una creatura in bilico costante tra furia e grazia, tra violenza controllata e bellezza millimetrica. E mai come in questo momento dell’anno quella frase torna attuale

il viaggio del tennista

Un prodigioso incrocio tra i Metallica e Mozart“: così David Foster Wallace descriveva il tennista professionista. Una creatura in bilico costante tra furia e grazia, tra violenza controllata e bellezza millimetrica. E mai come in questo momento dell’anno quella frase torna attuale. Siamo alla fine della stagione tennistica. Un calendario lungo undici mesi che, salvo una breve pausa tra fine novembre e dicembre, non lascia respiro. I tennisti si ritrovano a giocare il tutto per tutto nel rush finale: punti per la classifica, qualificazioni alle Finals, conferme, riscatti. Le pressioni aumentano, i ritiri anche. La tenuta psicologica viene messa a dura prova.

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Non è un caso. Il tennis, più di altri sport, richiede una continua gestione emotiva. Non c’è squadra, non ci sono timeout, non ci si può nascondere. Si è soli in campo, esposti, nudi. Il gesto tecnico si intreccia con l’ansia, la fatica mentale, le aspettative. Ogni partita diventa un campo di tensioni, tra corpo e pensiero, tra strategia e resistenza interiore. Nel nuovo capitolo della nostra mappa, il viaggio del tennista si interseca con la psicologia e con l’esperienza religiosa. C’è qualcosa di profondamente spirituale nel tennis giocato a qualsiasi livello. Non in senso mistico, ma in termini di dedizione, ritualità, trascendenza del quotidiano.

Ogni tennista sperimenta, in campo, una sorta di elevazione: un confronto costante con i propri limiti, un percorso fatto di ripetizione, disciplina, sacrificio. Si diventa, in un certo senso, sacerdoti del proprio corpo, della propria mente, del proprio rito. E qui il tennis si apre anche a una riflessione più ampia, che attraversa le culture. In occidente, siamo abituati a leggere la performance come risultato, come conquista. In oriente, la pratica è spesso il fine: lo zen, la meditazione, l’arte del gesto come percorso, non come mezzo. Nel tennis moderno si intrecciano queste due visioni. Da una parte l’ossessione per il risultato (il ranking, i titoli, i record), dall’altra la necessità di entrare in uno stato di presenza totale, quasi meditativa, per poter competere al massimo livello.

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La fragilità mentale dei tennisti non è un segno di debolezza, ma una componente strutturale di questo viaggio. Ed è per questo che il loro percorso non è solo atletico, ma profondamente umano. Ed ecco dove nasce l’immagine di Wallace e il tennista è davvero un ibrido tra i Metallica e Mozart. Ma è anche qualcosa di più: è un essere in ricerca. Di equilibrio, di controllo, di senso. Wallace si riferiva a Roger Federer, che ha costruito la sua leggenda anche attraverso una straordinaria capacità di gestione emotiva. La sua calma apparente, la grazia dei movimenti, la capacità di leggere e controllare il match sembrano suggerire uno stato mentale superiore, quasi ascetico. Ma chi ha seguito la sua carriera fin dall’inizio ricorda un giovane Federer impulsivo, nervoso, incapace di controllare la frustrazione. È solo attraverso un percorso lungo e silenzioso che ha compiuto la sua trasformazione: da talento irregolare a campione zen, esempio perfetto dell’arco di evoluzione interiore che caratterizza l’eroe mitologico. La sua solitudine sul campo si è trasformata in maestria: non una debolezza, ma una zona sacra in cui emergere pienamente.

Al contrario, Naomi Osaka ha messo a nudo la fragilità che il tennis può esporre. Campionessa giovanissima, catapultata nel successo globale, Osaka ha vissuto in prima persona il peso della solitudine psicologica. Quando nel 2021 ha deciso di ritirarsi dal Roland Garros per preservare la propria salute mentale, ha aperto una breccia nell’immagine dominante del tennista come eroe invulnerabile. «Quando parlo, sento che non vengo ascoltata. Così preferisco non parlare più» ha dichiarato. La sua storia mostra un altro lato del viaggio: quello dell’eroe che si rifiuta di proseguire, che si ferma, si espone, e trova nel silenzio una forma di resistenza. È una sconfitta? Forse. Ma è anche una trasformazione, un nuovo passaggio della soglia.

Entrambi gli esempi mostrano come la mente sia il vero campo su cui si gioca la partita più difficile. Nel tennis non esistono alleati, né rifugi temporanei: l’eroe è solo. Ma è proprio nella gestione di questa solitudine che si misura il suo valore narrativo. In questo scenario, è più facile comprendere perché molti tennisti raccontino la propria esperienza sportiva in termini esistenziali. Come scrive Agassi in Open. La mia storia, senza paura di usare paragoni quasi blasfemi, pur consapevole che si tratta di una metafora narrativa: «In campo sei solo. È una vita da monaco, una vita da eremita».
Dentro una stagione che non si ferma mai, dentro un campo che è anche uno specchio. Perché nel tennis, come nella vita, il viaggio non è mai solo fisico. È sempre anche interiore.

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Manuel Sgarella
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Pubblicato il 19 Ottobre 2025
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