Portare Gaza fuori dall’isolamento, dal rumore indistinto della cronaca e dalla distanza emotiva dei notiziari. Portarla davanti a un pubblico reale, vivo, disposto ad ascoltare. È l’intento di “Qui è la mia vita. Poesie e fotografie da Gaza”, lo spettacolo che martedì 18 novembre alle 21 a Materia Spazio Libero intreccerà poesia, immagine, testimonianza scenica e musica per restituire al pubblico italiano la voce di Jehad Jarbou, giovane artista palestinese. PRENOTA QUI IL TUO POSTO
Accanto a lei – o meglio, al suo materiale creativo – ci sarà Barbara Archetti, fondatrice di Vento di Terra e testimone diretta di Gaza da più di quindici anni. Sul palco insieme a lei, la voce dell’attore Beppe Deiana e il violoncello di Alberto Musetti: un ensemble minimo, ma essenziale, in cui nessun gesto è superfluo.
“Ogni opera di Jehad è un corpo. E ogni corpo è un popolo”
Archetti incontrò Jehad quando lei aveva appena vent’anni, durante uno scambio artistico tra le due sponde del Mediterraneo che portò alla mostra Nel profondo. «Mi colpì subito la sua capacità di raccontare se stessa e il suo mondo attraverso linguaggi diversi: pittura, installazioni video, fotografie, parole. Erano diversi modi di dire la stessa cosa, di affermare una presenza. La sua storia diventa storia collettiva: ogni opera è un corpo, e ogni corpo è un popolo».
Jehad racconta se stessa con una dolcezza cruda: l’albero d’arance cresciuto con lei nel cortile di casa, memoria vivente delle migrazioni forzate della sua famiglia; il cuscino che raccoglie sogni, respiro, timore; le fotografie in cui l’ordinario diventa straordinario solo perché esiste ancora, per miracolo, in mezzo alla devastazione. «Ogni sua immagine è un racconto. Ogni suo verso contiene una verità immediata, senza muri. Nei suoi lavori non c’è mai artificio: c’è vita nuda» dice Archetti.
La lingua di mezzo: “Ti scrivo così perché è l’unico modo per esserci entrambe”
I due volumi Qui è la mia vita sono costruiti come diari. Raccolgono ciò che Jehad ha inviato a Barbara nell’arco di due anni attraverso la loro chat quotidiana. «Scriviamo in quella che chiamo una lingua di mezzo — spiega Archetti — un inglese che non è la sua lingua, un arabo che non è la mia. È un terreno sospeso che ci permette di incontrarci nell’urgenza. Quando lei scrive, la sua prima necessità è: ti devo dire che sono viva».
Le traduzioni sono rimaste volutamente “imperfette”, così come sono arrivate. «Non volevamo pulire niente. In quei messaggi ci sono errori, salti, ripetizioni. Ma c’è l’urgenza. E l’urgenza è la forma più autentica della testimonianza». Questa scelta editoriale – condivisa con Adriano Mei Gentilucci, editore di straordinaria sensibilità – preserva la dimensione umana del momento in cui quelle parole sono state scritte: la luce che manca, la connessione instabile, l’impossibilità di sapere se ci sarà un domani.
«Quello che arriva dai libri – racconta Archetti – è il cuore di un genocidio. Perché, come dice Susan Abulahwa, il genocidio è prima di tutto la cancellazione dell’umanità dell’altro. E Jehad, scrivendo, rivendica tutto ciò che vogliono toglierle: voce, presenza, esistenza».
Lo spettacolo: dove immagine, musica e parola diventano un solo corpo
Nello spettacolo, le poesie e le fotografie di Jehad vengono tessute in un percorso narrativo che mira a superare la distanza emotiva che spesso teniamo nei confronti della guerra. «Vogliamo portare le persone dentro Gaza, non come osservatori ma come testimoni. Non raccontiamo la cronaca, ma la vita: l’umanità che resiste, che crea, che sogna ancora».
A rendere questa esperienza vivida è l’incontro dei linguaggi: le parole di Jehad, incarnate dalla voce di Deiana; le immagini, proiettate come frammenti di memoria; il violoncello, che amplifica sensazioni e silenzi; la presenza di Archetti, che attraversa il materiale come chi ha camminato realmente in quei luoghi.
«È un viaggio poetico – dice – e come ogni viaggio poetico non vuole spiegare, ma far sentire». Gaza, in questo spettacolo, non è solo un luogo di distruzione: è il luogo dove l’arte continua a nascere anche quando tutto intorno muore.
“In quei luoghi, l’arte non è un lusso. È un diritto vitale”
Il lavoro di Barbara Archetti in Palestina parte da lontano. «Le persone che mi hanno insegnato di più sono state le donne» racconta. Cita Hanoum, direttrice del primo centro per l’infanzia di Shu’fat in cui ha lavorato, e Fatima, coordinatrice dei progetti educativi a Gaza. «Sono donne che hanno fatto dell’educazione una forma di resistenza. Una via per restituire corpo all’infanzia».
Nel suo racconto emerge una verità essenziale: nei luoghi di conflitto, l’arte non è un accessorio. È necessaria. «Le forme artistiche hanno un potere trasformativo, generativo, terapeutico. Sono spazi di libertà, di narrazione, di memoria. Senza l’arte, intere comunità perderebbero la possibilità di raccontarsi al mondo».
Vento di Terra, di cui Archetti è fondatrice, intreccia da anni educazione e processi creativi: laboratori di scrittura, atelier del colore, scambi artistici, ricerche sulla tradizione orale beduina, pubblicazioni illustrate. Questi percorsi sono ponti: portano fuori storie che altrimenti resterebbero invisibili e restituiscono dignità a chi le vive. «L’umanità – dice Archetti – è riconoscere che l’altro, anche quando lo vediamo solo come vittima, ha cose importanti da dire. L’arte è lo spazio dove può dirle. Ed è un bene per tutti noi ascoltarle».
Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.