Il Prevosto di Varese chiude l’anno in San Vittore: “Una Chiesa accogliente, non ripiegata su se stessa”
Monsignor Gabriele Gioia traccia il bilancio dell'Anno Santo e indica la strada futura per la comunità: sinodalità, accoglienza e attenzione agli ultimi
Nell’omelia di fine anno pronunciata nella basilica di san Vittore mercoledì 31 dicembre, monsignor Gabriele Gioia, Prevosto di Varese, ha tracciato un bilancio dell’Anno Santo della Speranza e indicato le sfide che attendono la comunità cattolica varesina nel cammino di rinnovamento della Chiesa.
L’eredità di Papa Francesco e il nuovo pontificato
Il 2025 è stato segnato dalla morte inaspettata di Papa Francesco e dall’elezione del suo successore, Leone XIV. Monsignor Gioia ha voluto sottolineare con forza che il pontificato di Francesco «Non è stato una meteora, una parentesi chiusa da dimenticare, ma un dono per tutta la Chiesa» richiamando i temi centrali del suo magistero: la povertà, la solidarietà contro l’individualismo, la sinodalità e una Chiesa accogliente che «non crea dogane ma sa accogliere tutti».
Il nuovo Papa Leone XIV ha confermato questa direzione, esortando i fedeli a essere «Testimonianza che offre la speranza al mondo» e ribadendo l’urgenza della missione evangelizzatrice in un tempo segnato da «Perdita del senso della vita, oblio della misericordia e violazione della dignità della persona».
Una Chiesa che guarda al presente
«La Chiesa non può ripiegarsi su se stessa» ha affermato il Prevosto, richiamando l’esempio di Gesù che «Guardava in faccia le persone, sedeva a tavola, usava la lingua del popolo». Questo significa essere disponibili a conversioni e cambiamenti anche nelle liturgie, nella celebrazione dei sacramenti e nell’organizzazione pastorale, preparandosi ad accogliere nuove forme di ministeri laicali.
«La Chiesa non può stancamente ripetersi sul ‘come si è sempre fatto’», ha detto monsignor Gioia, invitando a discernere e accogliere le novità «suggerite dallo Spirito Santo».
Il tema dei poveri: da Modena a Varese
Un passaggio particolarmente toccante dell’omelia ha riguardato il tema della povertà. Il Prevosto ha citato la notizia, riportata l’11 dicembre scorso, dei senzatetto di Modena che dormono nei loculi vuoti del cimitero per ripararsi dal freddo, “in una delle città più ricche d’Italia”.
«Non possiamo non notare questo accostamento tra grande ricchezza e povertà estrema», ha osservato, ponendo una domanda provocatoria: «Per il quieto vivere, per il decoro delle nostre città, dobbiamo considerare come già morti i poveri che vivono tra noi?».
La risposta è netta: «Il problema da affrontare non sono i poveri, ma è la povertà». Monsignor Gioia ha riconosciuto la ricchezza di solidarietà e volontariato ancora presente a Varese, ma ha denunciato la fatica del mondo occidentale ad attuare «Visioni e scelte politiche di equità, solidarismo, redistribuzione della ricchezza».
Un anno di fede e carità per Varese
Quest’anno la comunità varesina ha ricevuto un dono di grande valore spirituale: la reliquia del sacro Pallio appartenuto a San Paolo VI, donata da monsignor Ettore Malnati e ora custodita nell’altare delle reliquie della Basilica. La città ha inoltre avuto il privilegio di vedere il Sacro Monte designato come Santuario giubilare, luogo «tanto caro ai Varesini e non solo». Sul fronte della solidarietà, la parrocchia della Brunella ha accolto nella Casa della Carità il servizio serale ai poveri, precedentemente gestito dalle suore di via Luini. «Non sono mancate le fatiche – ha ammesso il Prevosto – ma la carità non è venuta meno». Un pensiero particolare è andato ai sacerdoti malati: don Piergiorgio di Casbeno, colpito da grave malattia e ricoverato nuovamente in questi giorni dopo un tentativo di ritorno in parrocchia, e don Roberto, assente da mesi alla Brunella per motivi di salute e sostituito da padre Simone.
Lo sguardo nuovo della speranza
Monsignor Gioia ha concluso citando le parole di Papa Leone XIV: «Gesù Risorto ci mostra le sue ferite e ci perdona e ci invia… tutto ciò che ai nostri occhi si presenta infranto e perduto ci appare ora nel segno della riconciliazione».
Un invito a non perdere quello «sguardo nuovo che anima tutti nel fare il bene», la vera speranza che l’Anno Giubilare ha voluto portare nella vita della Chiesa e della città.
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