Senza retribuzioni dignitose e prospettive concrete i giovani se ne vanno
Due convegni a pochi giorni di distanza, alla Liuc di Castellanza e a Villa Recalcati, accendono il dibattito su occupazione giovanile e futuro. Tra imprese, università e servizi per l’impiego emergono convergenze chiare
«Se non diamo una prospettiva, vanno tutti via». Una frase netta, senza attenuanti, che restituisce bene il tono del confronto che nelle ultime settimane ha animato il territorio varesino sul tema dei giovani e dell’occupazione. In poco più di quindici giorni, il dibattito si è articolato in due appuntamenti diversi per contesto e pubblico, ma uniti dallo stesso interrogativo di fondo.
Da un lato l’Università Liuc di Castellanza, dall’altro Villa Recalcati, sede della Provincia di Varese. Due luoghi simbolici del confronto pubblico, accademico e istituzionale. All’ateneo di Castellanza l’occasione è stata la presentazione dello Yes (Youth Enhancement Score), una “bussola” pensata per ricostruire la prospettiva dei giovani e individuare le leve su cui intervenire per rafforzarne le opportunità.
In questo contesto si è inserito l’intervento di Maurizio Tamagnini, fondatore e amministratore delegato di FSI, società di gestione di fondi di capitale per la crescita, che ha riportato la discussione su un terreno concreto: il lavoro dei giovani va pagato. E va pagato in modo adeguato, a partire dai tirocini, spesso considerati ancora una fase sospesa tra formazione e lavoro vero e proprio.
UNA DEMOCRAZIA PERFETTA DELL’EMIGRAZIONE
«È un tema culturale del nostro Paese», ha sottolineato Tamagnini, collegando la crisi demografica generale a una vera e propria «crisi demografica aziendale». In un’economia che passa dall’analogico al digitale, il capitale intellettuale non può più essere trattato come un fattore accessorio. Il rischio, altrimenti, è sotto gli occhi di tutti: una «democrazia perfetta dell’emigrazione», dove se ne vanno i giovani poco qualificati e i ricercatori, i camerieri e i post-doc (ricercatori che hanno finito il dottorato di ricerca). Non per vocazione, ma per necessità.
La proposta concreta di Tamagnini è semplice, ridurre il gap salariale con altri Paesi europei, investire sui neolaureati, dimostrare con i fatti che le imprese sono pronte a fare la loro parte.
C’è un secondo punto chiave sul quale ha insistito il fondatore di Fsi. Dare una prospettiva di crescita, dentro e fuori l’università, valorizzando ricerca, imprenditorialità e percorsi post-dottorato oggi troppo spesso sottopagati.
LAVORATORI FELICI
Quindici giorni dopo, a Villa Recalcati, il tema delle opportunità per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro è stato analizzato attraverso gli strumenti operativi come la rete Eures.
Marta Tosi del Centro per l’Impiego di Busto Arsizio ha spiegato quanto il territorio già offre a supporto concreto della mobilità e dell’occupazione. Si va dai colloqui individuali, ai job day, dal recruiting day all’attività nelle scuole, fino alla comunicazione costante sulle opportunità europee.
I numeri raccontano un lavoro capillare, fatto di orientamento, accompagnamento e contatti diretti con aziende e giovani. Ma anche qui, nelle esperienze raccolte sul campo, tornano gli stessi due fattori indicati da Tamagnini. Quando si chiede ai ragazzi perché un’esperienza all’estero funzioni meglio, le risposte sono ricorrenti: un salario adeguato e una prospettiva chiara. La mobilità non è una fuga, ma una scelta consapevole per diventare “lavoratori felici”, capaci poi di tornare e spendere competenze sul territorio.
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