La produttività italiana sotto accusa. Ma i dati ribaltano il verdetto
Secondo l'economista Marco Fortis, la produttività viene spesso utilizzata come spiegazione automatica della debole crescita di un Paese o di un’impresa, finendo per semplificare e talvolta distorcere la realtà
Nel settembre del 2010 l’economista Marco Fortis venne a Varese per una conferenza organizzata dagli industriali e da UBI Banca. Si era nel pieno della bufera finanziaria, dopo il fallimento della Lehman Brothers e con gli effetti devastanti già conclamati sull’economia reale. In quell’occasione Fortis fece un ragionamento sul debito pubblico italiano con un’argomentazione coraggiosa ma fondata: l’Italia del manifatturiero, della piccola e media impresa e del cosiddetto “nanismo” bancario aveva retto l’urto della crisi meglio di altri Paesi ricchi.
Per comprendere questa situazione, secondo l’economista, bisognava tenere conto non solo del debito pubblico, ma anche di quello privato. Il GDD (Gross Domestic Debt), indicatore che misura l’indebitamento complessivo delle famiglie, mostrava come gli italiani fossero poco indebitati e avessero una forte propensione al risparmio. «Noi abbiamo lo stesso debito pubblico della Grecia – spiegò Fortis – ma la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane vale due volte il nostro debito pubblico».
Era tutto vero, anche se restava aperta la questione di come, in caso di necessità, si sarebbe potuto attingere al risparmio privato senza mettere a repentaglio la stabilità democratica del Paese.
L’intervento di Fortis non solo rianimò le speranze dei molti imprenditori e politici presenti al Teatro Santuccio di Varese, ma innescò anche un dibattito significativo, risvegliando la consapevolezza di un sistema che, nonostante la crisi globale e un debito pubblico elevato, mostrava una capacità di tenuta anche in prospettiva.
Non era la prima volta, del resto, che Fortis metteva in discussione narrazioni consolidate e interpretazioni semplicistiche, mostrando una costante insofferenza per i luoghi comuni dell’economia italiana.
IL LUOGO COMUNE SULLA BASSA PRODUTTIVITÀ
In questi giorni, il direttore e vicepresidente della Fondazione Edison ha pubblicato un articolo dal titolo “Perché la produttività italiana è più solida di quanto si creda”su Edi News – Eccellenze d’Impresa nel quale contesta il luogo comune secondo cui la debole crescita economica italiana dipenderebbe da una bassa produttività. Si tratta di un’argomentazione ricorrente, a vari livelli, nel dibattito economico italiano.
Secondo Fortis, se analizzata correttamente, l’Italia mostra livelli elevati di efficienza, soprattutto nell’industria manifatturiera e nelle imprese medio-grandi, risultando competitiva anche a livello internazionale. Nel dibattito economico, osserva Fortis, la produttività viene spesso utilizzata come spiegazione automatica della debole crescita di un Paese o di un’impresa, finendo per semplificare e talvolta distorcere la realtà.
LA PRODUTTIVITÀ PER ORA LAVORATA
Le misure di produttività sono molteplici e forniscono indicazioni diverse, che richiedono cautela, soprattutto nel breve periodo. Fondamentale è distinguere tra livello e dinamica della produttività. Un sistema può essere efficiente ma crescere poco, oppure crescere rapidamente partendo da livelli insoddisfacenti. Nel caso italiano, la debole crescita del primo quindicennio del Duemila ha alimentato l’idea di una produttività strutturalmente bassa. Fortis mostra invece come alcuni indicatori, in particolare la produttività per ora lavorata, risultino fuorvianti se calcolati su periodi anomali, come la crisi 2009-2014, quando l’aumento apparente della produttività fu accompagnato da un forte calo del valore aggiunto e dell’occupazione.
LA PRODUTTIVITÀ PER OCCUPATO
Al contrario, nella fase di ripresa 2014-2022, caratterizzata da crescita industriale e aumento degli occupati, la produttività per ora lavorata è cresciuta meno, pur riflettendo condizioni economiche decisamente migliori. Utilizzando la produttività per occupato, indicatore più adatto al contesto italiano, emerge che l’industria italiana ha migliorato la propria efficienza più di quella tedesca, francese e spagnola. Inoltre, la bassa produttività media della manifattura è in larga parte una distorsione dovuta all’elevato numero di microimprese. Se si considerano solo le imprese dai 20 addetti in su, quelle che competono sui mercati globali, l’Italia presenta livelli di valore aggiunto per occupato superiori a quelli tedeschi in tutte le classi dimensionali. Infine, come ricorda Fortis, a livello aggregato l’Italia è il terzo Paese del G20 per PIL per occupato a parità di potere d’acquisto. Un dato che smentisce il luogo comune di una produttività italiana debole.
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