Tre buone ragioni per andare a vedere e ascoltare “Non è la storia di un eroe”
Domenica 18 gennaio Mauro Pescio porta in scena al Carrozze Hub del centro Gulliver il racconto tratto da “Io ero il milanese”: una storia di carcere, responsabilità e giustizia riparativa
Domenica 18 gennaio con inizio alle 17, al Carrozze Hub del centro Gulliver di Varese, Mauro Pescio porterà in scena “Non è la storia di un eroe”, tratto dal podcast “Io ero il milanese” (RaiPlay Sound) di cui lui stesso è autore.
Ci sono almeno tre buone ragioni per andarlo a vedere e soprattutto ad ascoltare.
(nella foto l’attore e podcaster Mauro Pescio)
La prima ragione. “Non è la storia di un eroe” è una storia vera che racconta la vita di un rapinatore seriale entrato per la prima volta in carcere quando aveva appena dieci giorni di vita. Ci andò con la madre, che aveva appena partorito, per far visita al padre, detenuto per rapina. Lorenzo S. – è lui “il milanese”- in carcere ci rientrerà più volte, la seconda a soli 14 anni. In totale dovrà scontare una pena di 54 anni.
«Io nasco dalla narrazione del mio vissuto, dalla narrazione dei disastri della mia vita. Non è la storia di un eroe, al contrario: è la storia di tanti fallimenti e di scelte sbagliate che, a un certo punto, sono state riconosciute come tali», racconta Lorenzo.
Sul fallimento, a tutti i livelli, esiste una retorica inutile che non insegna nulla. Di solito si mostra solo il momento spettacolare, quello in cui ci si rialza, e non il percorso interiore necessario per farlo. Lorenzo, in carcere, capisce che solo una piena consapevolezza delle proprie responsabilità, soprattutto quando si è convinti di non averne, può portare a una rinascita, a una nuova vita.
La seconda ragione riguarda la considerazione che abbiamo delle istituzioni. Carceri, tribunali e le istituzioni in genere sono determinanti per le nostra esistenza solo se al loro interno operano persone capaci di farle funzionare davvero, con senso di responsabilità e fedeltà alle finalità per cui sono state istituite. Non sempre però va così, anzi. Nella sua vita criminale Lorenzo ha conosciuto molti giudici, avvocati e direttori di carcere. A fare la differenza nella sua rinascita sono state però quattro persone: un avvocato d’ufficio, la direttrice del giornale dei detenuti Ristretti Orizzonti, un giudice di sorveglianza e un criminologo esperto di giustizia riparativa.
Una menzione speciale va all’avvocato d’ufficio di Torino che, nonostante un cliente senza un soldo in tasca, ha svolto il proprio lavoro con grande professionalità. Studiando con attenzione il fascicolo di Lorenzo, si accorge che era stato commesso un grave errore giudiziario nei suoi confronti: non gli era mai stato applicato l’istituto della continuazione del reato, che comporta un trattamento più favorevole per l’imputato.
Così Lorenzo, che sarebbe dovuto rimanere in carcere oltre il 2030, esce nel 2017, dopo aver comunque trascorso oltre vent’anni in cella.
La terza ragione è la nuova vita di Lorenzo che è diventato un mediatore penale, una figura che rientra nel paradigma della giustizia riparativa, entrata nel nostro ordinamento grazie alla riforma Cartabia. È una professione relativamente nuova, il cui intervento non è finalizzato né alla restituzione di un bene materiale né al risarcimento del danno, e nemmeno all’ottenimento del perdono. Il mediatore lavora su aspetti più profondi: l’etica, l’assunzione di responsabilità, il riconoscimento reciproco tra vittima e reo. Dà voce alla vittima e alle sue domande, prima fra tutte: «Perché proprio a me?».
Durante una mediazione penale a cui Lorenzo aveva partecipato quando era ancora detenuto, il suo talento non era passato inosservato ai responsabili del programma. Grazie al criminologo Adolfo Ceretti, uno dei massimi esperti di giustizia riparativa, gli viene così offerta la possibilità di partecipare a un corso di formazione per mediatori penali. «È stato un grande regalo – racconta Lorenzo – che mi ha permesso, pur non avendo risorse economiche, di continuare il mio percorso di apprendimento e di cambiamento».
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