Whistleblowing, come segnalare gli illeciti sul lavoro in modo sicuro

Segnalare irregolarità, abusi o comportamenti illegali sul luogo di lavoro è possibile, oggi più che ma. Intervista a Giorgio Fraschini, Trasparency International

Può capitare, nel mondo del lavoro, di trovarsi davanti a situazioni che “non tornano”: problemi di legalità, comportamenti scorretti, pressioni indebite o pratiche che ledono l’interesse pubblico. Esporsi, però, non è semplice. Proprio per questo esiste uno strumento giuridico pensato per tutelare chi segnala: il whistleblowing. Ne abbiamo parlato con Giorgio Fraschini (Trasparency International), esperto della materia e già ospite di VareseNews in diverse occasioni, dal festival Glocal ai programmi radiofonici.

Che cos’è il whistleblowing e come funziona?

«Il whistleblowing serve a disciplinare una situazione molto comune: una persona vede qualcosa che non va sul posto di lavoro, ma ha timore di parlarne. La legge crea canali sicuri – interni o esterni – per segnalare irregolarità in modo confidenziale, permettendo accertamenti senza esporre il segnalante a ritorsioni. L’obiettivo non è “accusare”, ma allertare chi ha il compito di verificare».

Esiste una legge che regola questo strumento?

«Sì. In Italia una prima legge risale al 2017, ma recentemente è entrata in vigore una nuova normativa di derivazione europea. Parliamo di un vero e proprio “istituto giuridico” perché disciplina chi può segnalare, a chi, in che modo, quali tutele sono previste e cosa accade in caso di ritorsioni».

È più diffuso nel settore pubblico o in quello privato?

«Storicamente nasce nel settore pubblico, quindi lì è più strutturato. Nel privato, soprattutto nelle grandi aziende e nelle multinazionali, era già presente da tempo. Oggi però la normativa sta spingendo anche realtà più piccole ad adeguarsi».

Quali illeciti possono essere segnalati?

«La nuova legge è molto ampia: reati penali, illeciti amministrativi, contabili, civili e in generale qualsiasi comportamento che leda l’interesse pubblico. Non si parla solo di corruzione, ma di tutte le irregolarità rilevanti».

Chi può essere un whistleblower?

«Non solo i dipendenti. Oggi possono segnalare anche collaboratori, consulenti, tirocinanti, fornitori, partecipanti a concorsi o gare, ex dipendenti. Chiunque, per il proprio ruolo, venga a conoscenza di un possibile illecito».

Come avviene concretamente la segnalazione?

«Attraverso canali dedicati: scritti, orali o informatici. Oggi si utilizzano soprattutto piattaforme digitali criptate, che garantiscono riservatezza. Questo tutela non solo il segnalante, ma anche le persone coinvolte, compreso chi viene segnalato, almeno fino alla verifica dei fatti».

A chi ci si rivolge?

«Nel pubblico c’è una figura obbligatoria: il Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza. Nel privato l’azienda può scegliere: un referente interno o un soggetto esterno, come un avvocato o un consulente. Le aziende sopra i 50 dipendenti hanno obblighi precisi, mentre per le più piccole è prevista la possibilità di segnalazioni esterne, ad esempio all’ANAC».

Cosa succede se il segnalante subisce ritorsioni?

«La legge prevede che licenziamenti, demansionamenti o trasferimenti legati alla segnalazione siano nulli. C’è anche l’inversione dell’onere della prova: è l’ente o l’azienda che deve dimostrare che eventuali provvedimenti non dipendono dalla segnalazione».

E se la segnalazione è fatta in cattiva fede?

«Le segnalazioni dolosamente false sono sanzionabili, ma questo canale non è adatto a diffamare qualcuno. È confidenziale e prevede verifiche approfondite. Chi vuole danneggiare davvero qualcuno usa altri strumenti, non il whistleblowing».

Meglio una segnalazione anonima o nominativa?

«Dipende dai casi. L’anonimato tutela molto, ma la segnalazione nominativa può facilitare il dialogo con chi gestisce l’istruttoria. È soprattutto una questione di fiducia nel sistema».

In Italia questo strumento sta prendendo piede?

«Sì, le segnalazioni sono in aumento. La legge è nuova e va ancora conosciuta, ma i numeri crescono, soprattutto verso i canali esterni».

Un consiglio finale a chi sta pensando di segnalare?

«Informarsi prima di tutto. Conoscere diritti, rischi e strumenti. Rivolgersi ad associazioni come Transparency International Italia, che offrono supporto in modo confidenziale. E muoversi con cautela: parlare troppo presto con i colleghi può rendere riconoscibile il segnalante».

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Pubblicato il 28 Gennaio 2026
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