Ilaria Capua: “Ci saranno 40 milioni di morti entro il 2050, se non si combatte l’antibiotico resistenza”

La virologa e scienziata ha portato agli stati Generali dell'Economia della salute una visione d'insieme sul "One Health" il rapporto tra sostenibilità, antibiotico resistenza e comportamenti individuali

economia della salute

(Foto Mattia Martegani)
C’è un dato che Ilaria Capua ha lanciato alla platea degli Stati Generali dell’Economia della Salute con la precisione di chi conosce il peso delle cifre: quaranta milioni di morti entro il 2050 per infezioni da batteri multi-resistenti. «Per darvi un paragone, il COVID ne ha fatti sette milioni, ufficiali, di morti. Quindi vogliamo fare qualcosa o continuare ognuno a guardare il proprio orticello?».

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La domanda della notissima virologa e scienziata — Senior Fellow of Global Health alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna, intervenuta al panel «Salute Circolare applicata all’antibioticoresistenza: l’empowerment del cittadino a sostegno delle politiche sanitarie» insieme a Rosanna Tarricone, Associate Dean di SDA Bocconi School of Management — non era retorica.

Era il punto di arrivo di un intervento che ha intrecciato scienza, economia, ecologia e memoria personale, con la naturalezza di chi sa che per cambiare le cose bisogna prima cambiare il modo di raccontarle.

Capua ha aperto con un’immagine: un terrario visto in una vetrina della Rinascente. Un sistema chiuso, ha spiegato, in cui tutto ciò che immettiamo — nel bene e nel male — prima o poi torna indietro. È la metafora su cui poggia il concetto di «salute circolare», l’evoluzione del più noto paradigma One Health, che la scienziata sta portando avanti da anni per connettere la salute umana, animale e ambientale in un’unica visione sistemica.

Nel terrario, ha ricordato, stanno succedendo cose difficili. C’è l’Overshoot Day — il giorno dell’anno in cui le risorse disponibili si esauriscono e si comincia a consumare quelle delle generazioni future: in Italia cade a metà aprile. C’è il cambiamento climatico, con i suoi eventi estremi che alterano gli ecosistemi locali: «E non si tratta solo del gran caldo, ma anche degli altri eventi: dopo un’alluvione si forma acqua stagnante, proliferano le zanzare, e poi per forza che arriva la dengue».  Inoltre, c’è la crisi alimentare, in un pianeta da otto miliardi di persone che ne avrebbe «disegnati» tre.

Ma il momento più diretto dell’intervento è arrivato quando Capua ha parlato del suo professore di biologia al liceo, l’uomo che l’aveva fatta diventare scienziata. «È morto sei mesi fa. Gli hanno cambiato la batteria del pacemaker. Il contenitore era sporco. Dopo ventiquattr’ore aveva la febbre a quaranta, dopo quarantotto era in coma. Tre giorni dopo era morto. Settantadue anni. Infezione da batteri multi-resistenti».

È da qui che si parte, ha detto, per capire che l’antibiotico resistenza non è un problema astratto. Dipende da quanti antibiotici si usano — e si abusano — in medicina umana, in veterinaria, negli animali da reddito e da compagnia. Dipende dal fatto che il 70% dei farmaci a livello globale finisce nell’ambiente. E dipende anche da qualcosa di molto semplice: lavarsi le mani.  «Con il COVID lo facevate cinque milioni di volte al giorno. Adesso?»

La soluzione, per Capua, non può essere monodisciplinare. Se medici, veterinari, farmacisti, dentisti e chi gestisce i rifiuti continuano a lavorare ognuno per sé, non si va da nessuna parte. L’approccio deve essere convergente, e la «ruota della sostenibilità»vaccinazioni, igiene, diagnostica, riduzione degli antibiotici in agricoltura, coalizioni internazionali — può diventare anche la ruota della lotta alla resistenza antibiotica, a condizione che i singoli interventi smettano di essere scollegati.

Capua ha chiuso con una proposta: formare ambasciatori per l’antibiotico resistenza, figure capaci di promuovere tre comportamenti concreti — lavarsi le mani, usare gli antibiotici con prudenza, non buttare i farmaci nel gabinetto. Per illustrare come dovrebbero apparire, ha mostrato alla platea le immagini generate da ChatGPT su sua richiesta: prima versioni troppo medicalizzate e minacciose, poi progressivamente più leggere, più sorridenti, più «italiane», fino all’ultima — in cui anche il cane aveva gli occhiali — accolta con una risata generale.

Il messaggio, però, era serissimo: l’empowerment dei cittadini non è un complemento alle politiche sanitarie. È una delle leve principali. E per attivarlo, bisogna prima riuscire a farsi ascoltare.

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Stefania Radman
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Pubblicato il 20 Marzo 2026
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