Laforgia e la Varese del futuro: «La qualità della vita non basta, dobbiamo guardare alle fragilità»
L'assessore alla Cultura racconta alcuni aspetti del lavoro di questi anni e guarda al domani tra sfide educative, il recupero della Caserma Garibaldi e l'impegno per una cittadinanza attiva: «Tornerò a studiare, ma la politica è cura dei legami»
Di lui sentirete dire che è una persona seria, attenta e aperta al dialogo. Posizioni democratiche chiare e nette e con un forte sistema valoriale che esprime in tutte le occasioni. La cultura è il suo pane quotidiano, non lo nasconde, ma lo vive con semplicità mettendo tutti a proprio agio. Enzo Laforgia è un uomo del Sud, con un sorriso sempre delicato e uno sguardo profondo che mette l’altro a proprio agio. È una delle persone arrivate a Varese da lontano, ma che si è subito inserito nel tessuto cittadino facendosi voler bene. Studioso, appassionato di storia come delle innovazioni, ha sempre coniugato il lavoro di insegnante con la ricerca storica e per lui era naturale portare i propri studenti fuori dalla scuola per fargli conoscere i luoghi della città.
Nato nel 1961 a Barletta, vive a Varese da quasi quarant’anni. Ha dedicato la sua vita allo studio, alla formazione e alla costruzione di una cittadinanza più consapevole. Sposato, è padre di una figlia di 24 anni, che studia allo IULM, dove sta completando la magistrale in Arte, valorizzazione e mercato, con l’obiettivo di specializzarsi in storia dell’arte contemporanea.
Da cinque anni è assessore alla cultura, “avrei preferito venisse chiamato alle politiche culturali” racconta spesso. È stato eletto dieci anni fa nel consiglio comunale di Varese nella lista civica Progetto Concittadino. “Non finisco mai di stupirmi che, malgrado non abbia fatto la campagna elettorale, in molti mi abbiano votato”.
Come mai ha scelto di venire proprio a Varese?
«Sono arrivato una quarantina di anni fa, nell’87. È stato un caso, per ragioni professionali. In quegli anni ero già autonomo e cercavo qualcosa che mi garantisse un minimo di reddito per sopravvivere. In quella primavera ero a Napoli perché avevo vinto una borsa di studio all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Avevo finito anche quella esperienza quando mi telefonò un’amica che era già a Varese e mi disse: “Guarda, stanno cercando per gli ultimi due mesi un laureato in lettere alla scuola media Dante”. Sono arrivato, ho fatto quell’esperienza e ho visto che mi sarebbe piaciuto restare. Era vicino a Milano, dove avevo delle ambizioni di studio, ma allo stesso tempo aveva una dimensione provinciale di qualità che mi piaceva. E quindi sono rimasto».

Poi ha iniziato a insegnare storia e filosofia al liceo Cairoli…
«Al Cairoli sono arrivato nel 2009-2010. Ho iniziato come insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori: prima negli istituti tecnici, passando anche per le professionali fino ad arrivare al liceo classico, grazie alle abilitazioni che avevo acquisito».
Quando ha capito che voleva fare l’insegnante e dedicarsi alla ricerca storica?
«Lo studio è sempre stato una mia passione, ma non lo studio scolastico: proprio lo studio come curiosità personale. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa in cui i miei genitori erano molto colti, frequentavano ambienti intellettuali, avevamo una grande biblioteca. Anche tra i parenti c’era questa dimensione di intellettualità borghese, spesso anche impegnata politicamente. Lo scatto vero però è avvenuto all’università. Sono stati anni fondamentali, ma continuo a studiare ancora oggi».
Dove si è laureato?
«Sono andato via di casa a 18 anni, poi dopo due anni un po’ sbandati sono tornato perché volevo studiare lettere a Bari. Lì c’erano insegnanti che avevo già “conosciuto” perché mia sorella, che è più grande di me, si era laureata in quell’ateneo. Io la accompagnavo e ho avuto la fortuna di vivere quell’esperienza universitaria straordinaria. L’ho ricordato anche recentemente a Luciano Canfora quando è venuto a Varese».
C’è stato un maestro, un incontro decisivo?
«Ne ho avuti molti, anche inconsapevoli. Sono quelli che mi sono scelto leggendo e studiando. Però c’è una figura a cui sono molto legato: un ex alunno di mio padre, più grande di me di una decina d’anni, che era diventato insegnante ma anche studioso. Si chiamava Ferdinando Imbornone, è morto molto giovane. Con lui avevo lunghe conversazioni e quando ho pubblicato il mio primo libro importante, per Vallecchi, l’ho dedicato a lui. Era un esempio straordinario di rigore scientifico e grande umiltà: non esibiva mai i suoi meriti».
Quanto le ha segnato il lavoro con i giovani?
«Faccio una premessa: io sono convinto che i luoghi in cui viviamo siano come libri di storia, stratificazioni di vicende umane. Se acquisiamo questa consapevolezza, ce ne prendiamo più cura. Per questo ho sempre fatto lezione anche fuori dall’aula, portando gli studenti in giro per la città, costruendo percorsi, anche sperimentali. È un elemento educativo fortissimo. Questa idea l’ho trasferita subito anche a Varese, ad esempio con il progetto Conosci il tuo patrimonio».
Che risposta avete avuto dalla cittadinanza?
«La sorpresa più grande è stata proprio la risposta. Fin dal primo anno, con le visite a Palazzo, aprivamo le prenotazioni e in poche ore si esauriva tutto. I gruppi sono piccoli, 10-30 persone, ma c’è stata una richiesta enorme. La cosa straordinaria è che circa metà dei partecipanti viene da fuori città. Abbiamo portato le persone anche in luoghi normalmente chiusi, come il deposito della biblioteca o l’archivio storico. In alcuni casi costruivamo storie partendo da documenti presi a caso. È stato affascinante. Nel 2024 hanno partecipato circa 4.000 persone. Ed è un lavoro continuo, silenzioso, ma molto profondo»
Cosa le ha colpito di più di Varese quando è arrivato?
«La posizione geografica e questa dimensione provinciale nel senso migliore del termine, con un’idea di comunità. Poi, man mano, ho scoperto una storia ricchissima. Il Risorgimento, il fascismo e il boom economico sono passaggi fondamentali che hanno trasformato il territorio anche in modo brusco».
Che ruolo ha la cultura oggi?
«Io sono stato scelto per fare l’assessore alla cultura, ma avrei preferito la definizione di “politiche culturali”. Credo che oggi la cultura abbia un ruolo centrale, ma non nella maniera che spesso viene banalizzata. Non è solo intrattenimento o consumo di eventi, ma un motore di consapevolezza e coesione. Viviamo in un tempo in cui i legami sociali si allentano, le comunità faticano a ritrovarsi. La cultura, invece, può essere quel filo che ricuce. Pensiamo alla capacità di farci comprendere la storia dei luoghi, di stimolare il dialogo, di generare senso di appartenenza. È anche un antidoto alla frammentazione: crea spazi e tempi in cui le persone si incontrano davvero, costruiscono relazioni, riflettono insieme. Quindi la cultura non è un lusso o un orpello, ma un elemento essenziale per una democrazia sana, per una cittadinanza attiva. E chi si occupa di politiche culturali ha la responsabilità di mettere la cultura al servizio della coesione sociale, della partecipazione e del senso di cura collettiva».
Cosa sta cambiando a Varese?
«Spesso ci si concentra solo sui grandi eventi, perché fanno rumore, riempiono gli spazi mediatici, ma il cambiamento più significativo è ciò che accade ogni giorno, sul territorio. Negli ultimi anni a Varese abbiamo costruito un sistema culturale molto articolato. Abbiamo tre musei che non sono statici, ma ospitano mostre continuative, nuovi allestimenti, conferenze, concerti. La biblioteca è diventata un polo di aggregazione con oltre 50 presentazioni all’anno, ogni giovedì, e ospita festival letterari. L’archivio storico, pur con qualche difficoltà logistica, sta diventando sempre più un luogo di scoperta. Abbiamo anche visto nascere nuove realtà, come spazi culturali autogestiti o associazioni teatrali. Questo significa che la cultura sta mettendo radici, non è più un episodio isolato, ma un tessuto che si infittisce, giorno dopo giorno».
Parliamo dell’ex Caserma Garibaldi…
«L’ex caserma è un progetto che nasce ben prima del mio arrivo e anche prima dell’attuale amministrazione. Il vero nodo non era tanto recuperare lo spazio, quanto capire che cosa metterci dentro. Per anni si sono rincorse ipotesi diverse: uffici comunali, sede della polizia locale… ma nessuna di queste soluzioni era davvero coerente con la natura del luogo. Si tratta infatti di uno spazio con caratteristiche molto precise: ha vincoli architettonici importanti, una collocazione centrale strategica e una storia che non può essere ignorata. Per questo l’idea che si è affermata, e che io ho condiviso fin dall’inizio, è quella di realizzare un vero e proprio polo culturale. Noi lo abbiamo sempre chiamato così. Oggi si parlerebbe di un hub creativo e culturale. Non un semplice contenitore, non un luogo dove si trasferisce una biblioteca, ma uno spazio capace di generare relazioni, produzione culturale, studio. Un luogo aperto, attraversabile, vissuto, in cui le persone possano incontrarsi e costruire qualcosa. Il progetto è ambizioso e anche coraggioso, perché non si limita a riempire uno spazio, ma prova a ridefinirne la funzione all’interno della città. E questo, secondo me, è il punto decisivo.»
E Villa Baragiola?
«Villa Baragiola si inserisce perfettamente in questa visione più ampia. L’idea è quella di destinarla a museo di arte contemporanea, ed è un progetto che ha anche una componente molto visionaria. Non si tratta semplicemente di aggiungere un altro spazio espositivo, ma di costruire un sistema. È questo il punto: non pensare ai singoli luoghi in modo isolato, ma immaginare le relazioni tra di loro. Se guardiamo la città dall’alto, come dicevo spesso anche ai colleghi, ci accorgiamo che questi interventi iniziano a dialogare: l’ex caserma, Villa Baragiola, il sistema museale, la biblioteca, gli spazi privati, lo studentato. Tutti questi elementi, messi insieme, possono attivare dinamiche nuove.
Villa Baragiola, in questo senso, non è solo un museo, ma un nodo di una rete più ampia. Un luogo che può contribuire a rafforzare un sistema culturale articolato, capace non solo di offrire contenuti, ma di generare opportunità, relazioni e nuove forme di produzione culturale. L’obiettivo finale è proprio questo: costruire infrastrutture culturali vere, ma dentro un sistema, non come elementi isolati.»
Come rendere vivi gli archivi?
«Entrare in un archivio è un’esperienza emotiva fortissima. Hai documenti del Trecento, lettere di Mazzini e Garibaldi… dialoghi direttamente con il passato. E questo ha anche una funzione civica: ci ricorda che siamo parte di qualcosa di più grande e che abbiamo una responsabilità verso il futuro».
Torniamo a Varese, come sarà l’estate varesina?
«Sarà ricca di proposte e appuntamenti malgrado con rammarico è andato a vuoto il bando per realizzare il Varese summer festival. Non si è presentato nessuno e non ne comprendiamo le ragioni. Diciamo che possiamo fare letture diverse di questa situazione. Per i nostri residenti non mancheranno le occasioni di svago e di incontro. Non ci saranno eventi di grande richiamo come alcuni appuntamenti degli scorsi anni, ma su questo servirebbe una lunga riflessione».
Come immagina Varese tra dieci anni?
«Me la immagino come una città in cui la qualità della vita sia ulteriormente rafforzata, ma soprattutto in cui si sia riusciti a intervenire in modo concreto sulle disuguaglianze, che oggi stanno crescendo in maniera sensibile e molto veloce. Mi piacerebbe una città più accogliente, ma non in senso astratto o retorico: accogliente davvero per tutti. Non solo per chi sta bene, ma anche per chi vive ai margini, per chi si trova in condizioni di precarietà o difficoltà. Questo è un punto fondamentale, perché spesso ci dimentichiamo che le fragilità sono già dentro la città. Noi ce ne siamo accorti anche attraverso esperienze molto semplici, come il cinema nei quartieri. Un’iniziativa quasi sperimentale: uno schermo gonfiabile, film adatti a tutti, l’invito alle persone a portarsi la sedia da casa. Una cosa apparentemente banale, ma che ha avuto un grande successo. E lì abbiamo capito qualcosa di importante: c’è una quota crescente di persone che non va in vacanza, che fatica anche solo a spostarsi da un quartiere al centro, perché ogni uscita ha un costo. E allora portare la cultura nei quartieri diventa una necessità, non un’opzione.
Per questo io immagino una città che sappia tenere insieme queste dimensioni: da un lato la qualità della vita, che già oggi è buona, dall’altro una maggiore attenzione a chi rischia di rimanere indietro. Una città in cui si rafforzi il senso di appartenenza, in cui si ricostruiscano legami sociali più solidi, in cui gli spazi pubblici – culturali e non solo – siano davvero luoghi di incontro. E questo vale per Varese, ma in realtà è un discorso più ampio. Non sono così “varesecentrico”: è un modello di città, e forse di società, che mi piacerebbe vedere ovunque».
Che luogo consiglierebbe a un giovane che arriva in città?
«Qualsiasi luogo. Non credo ci siano più zone “prestigiose” o meno. Il vero tema oggi è migliorare i collegamenti urbani, perché la città è cambiata rispetto al passato».
Tra un anno si andrà al voto, si ricandiderà?
«No. Voglio terminare questa esperienza e tornare a fare quello che ho sempre fatto: studiare, lavorare con le associazioni, occuparmi di politica in modo più libero. Se il mio gruppo me lo chiedesse potrei candidarmi in consiglio comunale, ma non ho intenzione di correre per incarichi istituzionali. E non sono interessato nemmeno a essere candidato in eventuali primarie».
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