Referendum Giustizia, le ragioni del No: “Una riforma costosa e inutile che non aiuta i cittadini”
Ampia partecipazione allo spazio Libero Materia per l'incontro pubblico dedicato al referendum sulla giustizia con i rappresentanti di magistratura, avvocatura, Cgil e Anpi
Il dibattito pubblico sul referendum costituzionale si avvicina sempre di più alla date del voto e Materia, lo spazio di VareseNews a Castronno ieri sera ha ospitato un confronto serrato e tecnico sulle ragioni del No.
L’incontro, nato da un’iniziativa dell’avvocato Giorgio Albé, ha riunito voci diverse — magistratura, avvocatura, sindacato e associazionismo — per analizzare, pezzo dopo pezzo, l’impianto di una riforma accusata di essere “tanto costosa quanto inefficace rispetto ai veri mali della giustizia italiana”.
Il senso di un dibattito “di parte”
La serata ha rivendicato con orgoglio la sua natura di approfondimento mirato. L’avvocato Giorgio Albé ha aperto i lavori confessando come la sua iniziale indifferenza si sia trasformata in profonda preoccupazione man mano che i dettagli della riforma emergevano.
“Le ragioni del No sono ragioni forti — ha spiegato Albé — e questa serata non nasce per un dibattito di facciata, ma per svelare i rischi di un cambiamento che rischia di minare principi fondamentali”. L’obiettivo dichiarato è stato quello di riportare la discussione sul binario della ragione tecnica, lontano dai titoli sensazionalistici della propaganda politica.
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La separazione delle carriere e l’illusione della terzietà
Il cuore tecnico della serata è stato l’intervento del dottor Stefano Colombo, Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Busto Arsizio. Con un’analisi “chirurgica”, Colombo ha spiegato che l’indipendenza del giudice non è un obiettivo da raggiungere, ma una realtà già consolidata. I dati parlano chiaro: circa il 50% dei processi si conclude con un’assoluzione, a dimostrazione che il giudice non è affatto una “stampella” della pubblica accusa.
La separazione delle carriere — ovvero dividere nettamente chi indaga (PM) da chi giudica — è stata descritta come una soluzione a un problema inesistente. Oggi i passaggi tra le due funzioni sono già pressoché nulli (lo 0,4% dei casi), ma costituzionalizzare questa divisione comporterebbe la creazione di tre diversi Consigli Superiori della Magistratura, raddoppiando i costi per concorsi, segreterie e formazione. “È una riforma costosa — ha ammonito il GIP — che non accorcia di un minuto i tempi dei processi”.
La magistratura come bersaglio politico
L’avvocato Andrea Bordone, rappresentante dei Comitati per il No, ha rincarato la dose definendo il referendum non come una riforma “sulla giustizia”, ma come un attacco diretto all’autonomia dei magistrati. Bordone ha evidenziato un clima di crescente ostilità politica, dove il governo si arroga talvolta il diritto di contestare le qualificazioni giuridiche dei fatti di cronaca, interferendo nel lavoro della Procura. Secondo Bordone, il rischio è il ritorno a vecchi disegni di controllo della magistratura inquirente da parte della politica, un’ombra che ricorda i piani di ridimensionamento del potere giudiziario già visti in passate stagioni politiche.

I diritti dei lavoratori e la giustizia sociale
Per Florindo Oliverio, responsabile delle politiche istituzionali della CGIL Nazionale, la posta in gioco riguarda la pelle dei cittadini. Il sindacato guarda alla riforma con sospetto perché essa ignora totalmente le carenze strutturali che affliggono i tribunali: la mancanza di personale di cancelleria, i buchi negli organici e l’assenza di investimenti. “Separare le carriere non aiuterà un lavoratore licenziato o vittima di un infortunio a ottenere giustizia più velocemente”, ha sottolineato Oliverio. Il timore è che una magistratura indebolita e più soggetta alle pressioni politiche finisca per tutelare meno i soggetti deboli della società a favore dei grandi interessi finanziari.
Le radici costituzionali e il ruolo dell’ANPI
A chiudere il cerchio dei valori è stato l’avvocato Liberto Losa, presidente dell’ANPI di Busto Arsizio. Losa ha ricordato che l’unità della giurisdizione è un pilastro della nostra Costituzione, concepito per garantire che il Pubblico Ministero non diventi un “avvocato dell’accusa” mosso dal desiderio di fare carriera attraverso le condanne. Per l’ANPI, la riforma è un attacco all’eredità dei padri costituenti: “Sostenere il No significa difendere una magistratura che risponde solo alla legge e non ai desiderata del governo di turno”.
Conclusione e prossimi passi
La serata si è conclusa con l’invito a non abbassare la guardia. Se questo incontro ha sviscerato le criticità, il prossimo appuntamento del 12 marzo vedrà un confronto diretto tra favorevoli e contrari, con la presenza dei parlamentari Andrea Pellicini e Alessandro Alfieri. (REGISTRATI QUI PER LA PARTECIPAZIONE ALLA SERATA DEL 12 MARZO).
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