La città non è una merce: riscoprire il valore del gratuito

Tra spazi pubblici sempre più privatizzati e relazioni ridotte a consumo, il libro di Elena Granata invita a ripensare la città come bene comune, restituendo centralità a ciò che è accessibile, condiviso e davvero di tutti

Generico 06 Apr 2026

La città è di tutti è un libro fondamentale. Lo si scopre in ognuno dei suoi capitoli. Quale sia l’orizzonte è chiaro dalla prima pagina, quando Elena Granata sceglie una frase di Alex Langer per aprire il proprio saggio: “In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha i soldi può comprare e stare meglio, occorre la riabilitazione del «gratuito», di ciò che si può usare ma non comprare”.

Se non consumi, non esisti. È questo il messaggio che lo spazio urbano ripete ogni giorno: si paga il tempo libero, la sosta, lo sport, la mobilità, persino la natura. Sedersi all’ombra, bere da una fontana, giocare a palla in un cortile diventano gesti sempre più rari nelle nostre città. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa resta davvero pubblico? Non solo nel senso giuridico, ma nel senso più profondo, quotidiano, umano.

È tempo di riscrivere una grammatica del possibile: ciò che nello spazio pubblico può e deve essere accessibile, gratuito, di tutti. Non come concessione, ma come diritto. Non come eccezione, ma come fondamento.
Lo spazio pubblico, ricorda l’urbanistica moderna, è da due secoli il pilastro della democrazia e del benessere collettivo. È il luogo dove si incontrano differenze, si costruiscono relazioni, si esercita la cittadinanza. Ma oggi questo pilastro mostra crepe evidenti.

Il rischio è sotto i nostri occhi: una progressiva trasformazione dello spazio pubblico in merce. Piazze che diventano vetrine, parchi regolati più dai divieti che dalle possibilità, città progettate per escludere invece che per accogliere.

Generico 06 Apr 2026

Nel suo nuovo libro, Elena Granata, docente del Politecnico di Milano, vicepresidente della Scuola di Economia Civile, ci accompagna in una riflessione necessaria. Ricostruisce come la forma delle città moderne sia nata dentro i principi di uguaglianza dell’Illuminismo e come oggi questi stessi principi siano messi in discussione da architetture ostili, privatizzazioni diffuse e una visione riduttiva dello spazio urbano.

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Nella conversazione con Paolo Bovio e Stefano Daelli emerge con forza un’idea semplice ma radicale: il valore del gratuito non è un residuo del passato, ma una chiave per il futuro.
Ripensare la città significa allora ripensare le priorità:
meno consumo, più accesso;
meno controllo, più fiducia;
meno esclusione, più comunità.

Significa riconoscere i beni comuni non come una categoria astratta, ma come ciò che tiene insieme le nostre vite quotidiane. E significa, soprattutto, avere il coraggio di immaginare città che non siano solo efficienti, ma anche giuste.
Perché una città davvero viva non è quella dove tutto si paga, ma quella dove qualcosa, e quel qualcosa è essenziale, resta di tutti.

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Pubblicato il 07 Aprile 2026
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