“Formidabili quegli anni”: Il ’68 secondo Giulio Casale, quanto distante dall’oggi

Nell'epica del racconto di Mario Capanna trasposta in teatro, la passione di un'esperienza collettiva unica ed irripetibile

Portare in teatro il ’68 non è facile. A provarci è Giulio Casale: uno showman a tutto tondo, musicista di formazione (con gli Estra) approdato al teatro negli ultimi anni. E che ’68: è quello narrato in "Formidabili quegli anni" da un protagonista di quel cataclisma in forma studentesca, Mario Capanna. Anche per i pochi ma buoni del Fratello Sole di Busto Arsizio, venerdì sera, la materia è stata viva. Casale, personaggio di viva presenza scenica e carisma, fonde il racconto con le canzoni dei grandi – Boris Vian, Brel, De André, Tenco, Guccini, De Gregori – nonché, "ultime fra cotanto senno", le sue.

Il canovaccio dello spettacolo è una cronaca "de dentro" degli eventi del Movimento nel periodo fra l’autunno del 1967 e il gennaio 1970, con tutto il pathos che poteva metterci un Capanna. Dalle prime e clamorose occupazioni alla Cattolica di Milano, come sempre centro propulsore e anticipatore degli eventi politici della nazione all’estendersi del movimento, agli scontri sempre più aspri con forze dell’ordine che non andavano per il sottile (truci anticipazioni di Genova 2001), all’entusiasmo delle assemblee, della parola liberata e della sperimentazione in ogni campo. Fino al dramma del tramonto – la tragica fine del poliziotto Antonio Annarumma subito addebitata agli studenti, l’attentato di piazza Fontana con le vittime innocenti della Banca dell’Agricoltura e l’infame complotto a danno degli anarchici, l’innocente Valpreda  arrestato e sbattuto in prima pagina e la morte del povero Pinelli precipitato dalla Questura durante un interrogatorio, le manifestazioni successive represse nel sangue, l’opinione pubblica che si indigna prima contro il Movimento, poi contro le violenze delle forze dell’ordine. Il tramonto in un clima irrimediabilmente cambiato, quello degli anni di piombo, nel segno della paura. Paura allora, paura oggi, strumento eterno di un potere che invece di cambiare adegua a sè la società.

Tutto questo con Casale impegnato in una enfasi forse non necessaria, ma molto vitale, a tratti quasi dionisiaca, fra parola e musica, nella celebrazione dell’orgia di libertà che fu il Sessantotto. Sfilano personaggi e immagini che hanno fatto epoca: la carica dei poliziotti fuori dalla Cattolica, le uova e i cachi lanciati ai "borghesi" agghindati per la prima della Scala, l’abbraccio al poliziotto siciliano che si commuove sentendo il megafono dei manifestanti che ricorda la strage di Avola, il suo paese (due braccianti uccisi dalla polizia durante una manifestazione). E ancora l’affiancarsi al Movimento di operai, sindacati, professionisti – dalla stampa agli avvocati, agli stessi magistrati – fino ai partiti, in coda all’ultimo grande corteo l’ingessato PCI di Longo. Fra i temi sottotraccia, anche quello del paradosso di un ’68 raccontato da chi ancora non c’era a chi vive tutt’altro tempo – Casale è del ’71, altra generazione, il suo è un pubblico spesso giovane.

"Perchè ce lo racconti, dunque?" si chiede retoricamente Casale stesso chiudendo questa carrellata di storia, una lectio magistralis che i ragazzi delle scuole non avranno mai, perché se sono fortunati il loro programma finisce con Hiroshima e Nagasaki, e tutto ciò che il nostro tempo ha da dire al Sessantotto e ai suoi ormai canuti protagonisti (almeno quelli che non si sono reinventati) è "Andé a laurà, barbùn". Il perchè è implicito nella rappresentazione: se i tempi evolvono ed è impensabile qualcosa di simile a quel sommovimento cataclismico di coscienze – il Paese è vecchio, e fra il Sessantotto e l’Onda c’è tutta la differenza fra quell’Italia e questa – serve recuperare quell’energia e quella volontà di un domani differente, in nuove e differenti forme, per lanciare ancora una volta il sasso nello stagno del conformismo e del politicamente corretto.

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Pubblicato il 17 Gennaio 2009
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