“Il rock vive di poesia e di artigiani delle parole”
"Ballate di terra e d'acqua" è il titolo dell'ultimo album di Massimo Bubola. Il cantautore veronese è stato ospite della biblioteca Frera
I versi di Ugo Foscolo si mischiano alle parole di Bob Dylan, le ballate si animano e raccontano di pirati e tempeste, di giudici e pettirossi. Nelle canzoni di Massimo Bubola ogni parola ha il suo posto e il suo peso, le strofe diventano poesie e scorrono al ritmo del folk e della musica rock. "Ballate di terra e d’acqua" è il titolo del suo ultimo album, presentato ieri sera, giovedì 17 aprile, alla biblioteca Frera di Tradate. Melodie semplici che incontrano parole ricercate, che raccontano storie dove la fantasia si intreccia alla letteratura, all’arte e alla realtà. L’autore che ha creato "Il cielo di Irlanda", "Don Rafaé" e "Camicie rosse" torna dopo tre anni con un nuovo disco fatto di undici brani inediti.
L’album, firmato e prodotto dal cantautore veronese, è il risultato di un lavoro di selezione, di "scrittura e lenta concezione". «Un nuovo disco è come undici esami di maturità da sostenere tutti insieme» dice Bubola ai giornalisti – Michele Mancino di VareseNews, Maurizio Pretelli del Corriere di Como, Alessio Brugnanti della Provincia di Como e di Libero e Guido Giazzi direttore di Buscadero – che lo hanno intervistato passando in rassegna il panorama musicale di oggi e di ieri e citando la poesia di Mick Jagger, Bruce Springsteen e Stéphane Mallarmé.
«Il rock è una miscela che ha creato un nuovo linguaggio per i sentimenti e un nuovo modo di esprimere ciò che si ha dentro. È una spugna di poesia. Pensate che mia madre diceva "non avrei scommesso una lira sul fatto che tu potessi scrivere poesie". Eppure la musica e l’impegno mi hanno permesso di farlo».
Il successo di Bubola è legato, oltre alla raffinatezza e alla particolarità dei suoi brani, anche al sodalizio artistico con una delle colonne della musica italiana, Fabrizio De André. «Era un maestro, un artigiano della parola – racconta Bubola -. Il nostro incontro fu singolare: nei primi due giorni trascorsi insieme non si fece nemmeno un cenno alla musica, si parlò di arte, letteratura e di repubbliche marinare.
Servì a creare il vero rapporto che ci legò da allora: De André aveva bisogno soprattutto di capire».
Gli anni Settanta sono stati di impegno e di lavoro intenso: «Oggi, rispetto ad allora, produrre un album è molto più facile e meno costoso. Questo ha aperto le porte del mercato della musica ma senza una selezione di qualità. Noi avevamo dei produttori che ci ascoltavano, parlavamo di letteratura, avevano una grande competenza artistica. Oggi tutto questo è difficile da ritrovare». Il dono della scrittura nei testi del cantautore veronese si incontra con una massiccia preparazione culturale. Dietro ogni verso c’è lo studio, la scelta dei luoghi e delle sensazioni da evocare. «Ai giovani è importante insegnare la parte artigianale di questo mestiere: due cose l’umiltà e la tecnica. Le parole vanno modellate, scolpite. Questo è il nostro lavoro»
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