Mike Oldfield procede con le sue sinfonie pastorali aggiungendovi percussioni africane
Ma molti fans ritennero lo schema troppo ripetitivo e si fermarono a Hergest Ridge
Alla fine Hergest Ridge, a parte l’immediato numero uno, non aveva venduto e soddisfatto granché, e vedere uscire nel 1975 un suo terzo disco, ancora formato da un unico pezzo strumentale che copriva le due facciate del disco, ebbe l’effetto di dividere il pubblico in due: il vostro recensore fu tra quelli che mollarono il buon Mike al suo destino.
A cinquant’anni di distanza devo dire che forse non fu una scelta giusta, anche perché tra coloro che invece continuarono a seguirlo non sono in pochi quelli che considerano Ommadawn addirittura il suo miglior disco, o comunque lo mettono sul podio dei primi tre.
Se nei primi due Oldfield aveva cercato di suonare quasi tutti gli strumenti, in questo terzo volle invece, senza esagerare, coinvolgere strumentisti con esperienze musicali diverse, e questo si sente bene con i flauti e le cornamuse (c’è il grande Paddy Moloney dei Chieftains) della musica celtica, e con le percussioni del gruppo sudafricano dei Jabula. Sentendo le versioni che vi propongo, vi stupirà trovare più brani: in verità solo “On horseback” era presente nel disco del ’75 ma era incluso nella parte 2 di Ommadawn; le altre sono bonus tracks. Mi raccomando: ottimo impianto o cuffia!
Curiosità: indimenticabile la recensione che comparve su un giornale alternativo (Gong? Muzak? Re Nudo?) che lo accusava di ripetersi. Nemmeno dieci parole: “È uscito un altro disco di Mike Oldfield? Ommadawn…”
La rubrica 50 anni fa la musica
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