Bossi: «La malattia ti obbliga a cambiare»
In un'intervista al settimanale Vanity Fair il Senatùr ricorda i difficili momenti della sua malattia, e spiega come questa abbia cambiato la sua vita
A tre anni dalla crisi cardiaca che l’aveva tenuto a lungo lontano dalla politica, costringendolo ad una difficile convalescenza, Umberto Bossi ricorda i primi tempi della malattia. E lo fa in un’intervista al settimanale femminile Vanity Fair, prendendosela con la malattia che gli ha rovinato la vita, ma rievocando anche chi, come la moglie, gli è sempre stato vicino anche nei momenti più difficili.
«La malattia ti cambia sì, ti obbliga a cambiare. Io prima - racconta il Senatur - ero una belva, un motore a scoppio che andava sempre, potevo stare una settimana senza dormire; giravo tutte le piazze del Nord Italia senza mai fermarmi, ero capace di andare a Pordenone e tornare di notte in macchina da solo, in automatico. Quando eravamo sotto elezioni, poi, scrivevo tutto il giornale da solo in due giorni. Queste cose non le posso fare più».
Era l'11 marzo del 2004 quando il leader del Carroccio fu trasportato d'urgenza dalla sua casa di Gemonio all'ospedale di Cittiglio; qui le sue condizioni erano subito apparse molto gravi, anche per un edema polmonare che gli impediva di respirare, di qui il trasferimento all'ospedale di Varese, nell'unità coronarica. Poi, la lunga convalescenza in Svizzera, e l'abbandono della politica. La prima uscita pubblica in dicembre, con una visita al quotidiano La Padania, e il ritorno sulla scena pubblica l'11 gennaio 2005 a Lugano, in una manifestazione da lui stesso voluta presso l'ultima dimora del federalista lombardo Carlo Cattaneo. Oggi il suo stile di vita è cambiato, sta più attento alla salute; anche il suo approccio alla politica non è più lo stesso: «Mi arrabbio di meno. Prima cadevo in tutte le trappole, ora ho imparato a guardare solo alle cose importanti».
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