Spedizione punitiva, il preside getta acqua sul fuoco
Parla il preside dell’Itis “Riva”. Il raid, preparato da una quindicina di ragazzi, fermati dai carabinieri, era diretto contro i suoi studenti
«Sono stato avvisato dal personale della presenza di ragazzi che attendevano fuori dalla scuola, poco lontano dall’ingresso, e che sembrava avessero in mano strane armi. Ho così pensato di avvisare subito i carabinieri. Tutto qui, mi sembra però che la questione sia diventata più grande di quel che è in realtà». Getta acqua sul fuoco il preside Giuseppe Di Corato, da oltre 10 anni alla guida dell’Istituto tecnico industriale statale “Riva” di Saronno, dove presumibilmente, secondo i carabinieri, vi erano i giovani che sarebbero potuti diventare vittime di quell’agguato fuori dalla scuola superiore, organizzato da una quindicina di giovani. L’intervento dei carabinieri portò, sabato 10 marzo, alla denuncia dei ragazzi e al sequestro di tubi in ferro, tirapugni, coltelli e addirittura un’ascia. Tutto l’occorrente per poter far sfociare una possibile rissa in tragedia. I carabinieri stanno ancora indagando per capire le cause della situazione e se vi siano collegamenti con un’altra rissa tra ragazzi che si è consumata a Saronno il 12 febbraio.
«È vero che tutto sarebbe potuto degenerare facilmente, ma problemi e diverbi tra ragazzi ci sono sempre stati e sempre ci saranno – prosegue il preside -. Voglio sottolineare che tra i ragazzi denunciati non c’era alcun studente dell’istituto Riva, e l’informazione da questo punto di vista è stata travisata: all’interno dell’istituto non è accaduto nulla e non vi sono stati alunni di questa scuola che sono stati coinvolti».
Questo però non sposta il problema.
«Assolutamente no, il problema rimane. Ma sarebbe ancora più grave se non fosse un evento episodico, ma abituale. Il fatto che al di fuori della scuola dei ragazzi discutano per futili motivi, e dalle parole si passi agli insulti, e poi alla fatidica frase “chiamo i miei amici”, ripeto, è sempre successo».
Cosa c’è di diverso ora?
«Con i media questi fatti vengono continuamente amplificati, soprattutto in questo periodo. Il rischio a cui si va incontro è quello dell’emulazione da parte dei ragazzi: esaltando troppo il problema si può solo incoraggiare la situazione».
All’interno della scuola avete affrontato, o avete in programma di affrontare, quatto accaduto?
«La scuola non si muove in funzione di quello che è accaduto. Abbiamo già in programma degli incontri sulla legalità, sull’educazione stradale, sulla salute, tutti inseriti nel programma. Non vedo perché intervenire ulteriormente e ingigantire il problema. Ritengo quanto accaduto uno dei tanti inconvenienti che si possono verificare in questo ambiente. Se fosse un problema ricorrente capirei l’intervento massiccio all’interno della scuola. Ma non c’è solo la scuola: all’esterno c’è anche la famiglia ed anche come i giovani vivono la città in cui abitano. Questo forma completamente i ragazzi».
La scuola però è dove, in teoria, passano la maggior parte del loro tempo.
«Una cosa è dire che i ragazzi si trascinano il problema a scuola, l’altra è dire che è la scuola a generare il problema. Il bullismo non avviene solo tra queste mura, ma anche quando i ragazzi si incontrano al di fuori dell’istituto. Come può essere avvenuto in questo caso. Mettere l’etichetta negativa alla scuola non giova certo al problema. Noi siamo qui solo per aiutare i nostri ragazzi».
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