Carri, maschere e allegria: la tradizione del Carnevale bosino

Cesarina Briante ripercorre il senso del carnevale tra sfilate, maschere della tradizione e riti cittadini che si ripetono di anno in anno

Carnevale Bosino a Varese

Il Carnevale è un momento di passaggio dell’anno, un tempo sospeso in cui la società si concede il lusso di rovesciare se stessa. Le sue radici affondano nei riti mediterranei del ciclo annuale, collocati tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, con eccessi controllati e capovolgimenti simbolici. Nei Saturnali romani gli schiavi prendevano il posto dei padroni: un ribaltamento rituale che serviva a ristabilire l’equilibrio collettivo.

Con il Cristianesimo, queste pratiche non scomparvero: furono inglobate nel calendario liturgico come ultimo spazio di libertà prima della Quaresima. Il nome stesso, Carnevale, conserva l’eco di questa transizione: carnem levare, togliere la carne, prepararsi alla rinuncia.

Nel corso dei secoli la festa ha cambiato forme, ma non la sua funzione: attraversare un momento di licenza per ritrovare l’ordine. In alcune epoche, ad esempio nel Settecento, il Carnevale veniva regolato ma raramente vietato, perché percepito come una necessità sociale. La chiesa cercava di porre un freno a questi eccessi, ricordando l’importanza del contenersi, di offrire a Dio le proprie preghiere in un clima austero e dignitoso, tuttavia i canti, le danze e i banchetti rappresentavano uno sfogo utile, un momento di liberazione per il popolo.

Un ruolo centrale lo avevano i carri, un tempo chiamati trionfi, come nelle processioni romane e nei Trionfi dei Tarocchi. Ogni carro rappresentava un concetto che “avanza” e domina la scena: Amore, Tempo, Fortuna, Virtù. Le sfilate moderne, pur trasformate in satira e spettacolo, conservano questa struttura simbolica.

Le maschere, poi, raccontano un’origine ancora più antica. Prima di diventare personaggi comici o teatrali, erano spiriti terrigeni, figure liminali legate alla natura, ai cicli stagionali, al mondo degli antenati. In molte regioni del Nord Italia sopravvive la parola masca, che non indica solo una maschera, ma una strega arcaica, uno spirito dei campi, una presenza ambigua capace di proteggere o inquietare. La masca è un archetipo: il volto che la comunità attribuiva alle forze invisibili della terra.

Arlecchino stesso conserva tracce di questa origine: il suo nome deriva da Hellequin, spirito notturno e capo di una caccia infernale medievale. Molte figure alpine: orsi, caproni, selvatici, sono veri e propri genius loci, entità guardiane del luogo, che irrompono nella città durante il tempo sospeso del Carnevale.

Ogni territorio, però, traduce questo immaginario secondo la propria voce. Varese, con il suo Carnevale Bosino, custodisce due figure emblematiche che incarnano la dimensione locale del mondo capovolto.

Re Bosino è il sovrano effimero a cui vengono consegnate le chiavi della città. Regna solo per pochi giorni, parla in dialetto, si lascia deridere e celebrare: è la versione varesina dell’antico “re del Carnevale”, simbolo del potere che si alleggerisce e si offre per ristabilire l’armonia sociale.

Pin Girometta, nato negli anni Cinquanta, è la maschera popolare del Varesotto. Ispirato a un venditore ambulante, porta con sé la girometta, un piccolo portafortuna che richiama gli antichi amuleti apotropaici. È il volto quotidiano del Carnevale, quello che rappresenta la gente comune e la sua capacità di ridere di sé.

Attraverso queste figure, Varese partecipa al grande rito del mondo capovolto con un linguaggio tutto suo: un re che regna per gioco, un personaggio popolare che custodisce la memoria del territorio, e l’eco lontana delle masche, spiriti terrigeni che ricordano l’origine profonda della festa.

Nel Novecento, la Famiglia Bosina ha avuto un ruolo importante nel valorizzare e organizzare il Carnevale cittadino, contribuendo a mantenerne vive le forme locali. La festa è vissuta come un rito collettivo, che ogni anno si rinnova grazie alla partecipazione della comunità intera.

Il Carnevale, dunque, non è soltanto una celebrazione: è un rito di metamorfosi che attraversa i secoli.

Ogni maschera, ogni carro, ogni gesto conserva l’antica esigenza umana di capovolgere il mondo per
ritrovarlo, alla fine, più saldo e più consapevole.

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Pubblicato il 10 Febbraio 2026
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