“Cercavo un protagonista più degno di un volto”: Massimo Silverio porta la Carnia di Surtùm al Gagarin
Domenica 29 marzo la rassegna Soglie conclude il primo trittico di esibizioni con ospita una delle voci più profonde della scena indipendente. L'intervista
La gerla svuotata del nonno, ridotta alla sua sola ossatura in legno e appoggiata con una fissità sacra e austera in un acquitrino montano, è l’immagine – evocativa del rapporto tra uomo e natura – che Massimo Silverio ha scelto per dare un corpo ai suoni di Surtùm, il secondo album del musicista carnico in arrivo domenica 29 marzo al Circolo Gagarin di Busto Arsizio.

(Artwork a cura di Enrico Sandri e foto di Riccardo Carpanese)
Nel recupero di un oggetto «ereditato dal nonno», segnato dal tempo e da stratificazioni di plastica che l’artista ha voluto strappare via, c’è il tentativo di restituire, per sottrazione, la vulnerabilità originaria della gerla.
«Mi piaceva questa gerla nuda, un oggetto legato alla fatica, fermo in mezzo a una palude (Surtùm in carnico si può tradurre con palude, ndr.) – spiega Silverio con una calma che manterrà durante tutta la lunga intervista -. Per la copertina volevo un personaggio, un oggetto che parlasse per me. Penso sia una foto molto più onesta dei soliti ritratti in posa. Spogliarla della componente di plastica in mezzo alla palude evocava in me un’immagine forte, un protagonista molto più forte e degno per la copertina rispetto a un volto. Cosa che accede spesso molto nelle copertine dei cantanti che si presentano con “nome e cognome”»… quelli che molti di noi, dentro le mura dei sempre più rari negozi di dischi, chiamano un po’ ironicamente i Faccioni.
Surtùm è un album in equilibrio tra queste sottrazioni – presenti anche nei titoli mononimi, nella scomparsa antropica di fronte alla natura – e stratificazioni, soprattutto sonore. Proprio dal punto di vista sonoro è senza dubbio un lavoro densissimo, ma forse sarebbe meglio dire intenso. Le pennellate fredde (ora rupestri, ora ancestrali) del paesaggio sonoro della Carnia non si nascondono affatto nell’incedere e progredire del minutaggio, mentre gli strumenti – con gli archi, i fiati e le chitarre che incrociano l’elettronica – attendono solo il loro momento per diventare i protagonisti nell’orchestrazione di Silverio, che prosegue il cammino intrapreso nel precedente lavoro, l’apprezzatissimo (persino da Iggy Pop, ma questo lo sapete già) Hrudja. Non a caso hrudja è una delle primissime parole cantate da Silverio nell’apripista di Surtùm, Sorgâl.
L’appuntamento al Gagarin di Busto Arsizio per la rassegna Soglie-suoni di confine permetterà di ascoltare dal vivo e addentrarsi in Surtùm. A fare da Virgilio in una selva fittissima sarà un Cerbero a tre teste che, oltre naturalmente a Silverio, viene completato dalle percussioni di Nicholas Remondino e dai sintetizzatori di Manuel Volpe, che restituirà quella ricchezza sonora che costituisce l’anima di disco, pubblicato da Okum, di difficile catalogazione. Ad affiancare il trio sul palco del Gagarin Matteo Rizzo al mixer diventa centrale per la resa del live: «Matteo è il nostro quarto elemento. È fondamentale per portare dal vivo quella densità che abbiamo cercato nel disco. Senza di lui il suono non avrebbe la stessa anima».
«Che concerto sarà a Busto? – chiedo – Ogni esibizione dipende da ciò che si crea sul palco, col pubblico, con l’ambiente stesso, con il tipo di serata e gli altri artisti con cui condividiamo il contesto. Naturalmente daremo tanto spazio a Surtùm, ma ci sarà spazio anche per Hrudja».
La mia domanda, che può risultare (e forse effettivamente è) un po’ banalotta di fronte ad una data di un concerto, nasce dal fatto che personalmente trovo grandi difficoltà, pur riconoscendo le differenze, i confini, fra i sette brani, a scindere le canzoni, a spacchettare Surtùm. Questo perché il disco si fa percepire come un corpo unico, un film in lingua straniera (non per Silverio), composto da sette scene, la cui colonna sonora è una scalata che si compie passo dopo passo, tra paesaggi impervi e meraviglie da scoprire come sue ricompense per la fatica. E i miei passi con in cuffia Surtùm sono nel bosco dietro la casa dei miei genitori, dove la primavera sta arrivando e tra il fango spuntano i primi fiori selvatici (è ancora presto per le fragole di bosco), alcuni dei quali rivolti al Lago Maggiore e il Monte Rosa. Il tutto mentre ritmi, gli archi, i bassi, gli arpeggi e le chitarre scandiscono una camminata nella natura dove il Letè di un ruscello segna una pausa tra un articolo e la lettura del Lenz di Buchner. D’altronde Surtùm è un disco dalla sensibilità Wanderlust!
Dall’Ascesa al Colle Ventoso di Petrarca al recentissimo The Mountain dei Gorillaz, dalla Montagna Incantata di Mann a Pista Nera dei Post Nebbia (fra le tante, quattro espressioni artistiche lontanissime sotto ogni punto di vista) per le anime sensibili la montagna è da sempre un simbolo di ricerca individuale, dal forte valore spirituale. Di nascita e rinascita, di privazione materialistica e di scoperta. Di vicinanza al cielo e a (un qualche) Dio. Per Silverio però «più che un tema vero e proprio sono i luoghi dove sono cresciuto, dove giocavo nei fiumi e mi perdo per sentieri e boschi. Anche se accadono spesso, sono momenti molto intensi e significativi per la mia vita. La Carnia è una terra estremamente concreta, molto sincera e molto dura, dove però la musica non è vista come qualcosa di importante se non per l’intrattenimento».
Esiste allora un luogo ideale dove immaginare un ascoltatore e Surtùm? «Non mi sono mai chiesto dove una persona possa ascoltare fisicamente la mia musica – risponde Silverio -. Forse adesso ho la pulce nell’orecchio ma è bello immaginare qualcuno in un prato con un walkman, anche se non abbiamo prodotto le cassette dell’album (soltanto vinili, ndr.). È altrettanto bello quando dopo un concerto in città qualcuno mi dice che la mia musica l’ha trasportato in paesaggi montani; sono molto grato di questa “capacità di trasposizione”. Ad ogni modo, più che un luogo fisico, sicuramente riesco a vedere per l’album una predisposizione alla ricerca, soprattutto interiore. Questo stato credo che sia un buon momento per ascoltare la musica».

Una componente visiva, oltre all’immagine della gerla, nel processo compositivo di Silverio effettivamente c’è. «Mi sarebbe sempre piaciuto lavorare sul visivo. Anche da bambino mi sarebbe tanto piaciuto saper disegnare. E poi col tempo ho iniziato ad approcciarmi al canto e alla musica, ascoltare tanto la musica, viaggiare con la musica, mentalmente, sempre. È più facile che l’ispirazione arrivi dalle visioni di un regista, che da altre canzoni».
Affidando a titoli monomini il compito di allargare il campo dell’interpretazione, Silverio permette all’ascoltatore di abitare il suono con la propria soggettività: «Come per la Gerla, i titoli composti da una sola parola sono decisioni che prendo in maniera istintiva. Inserire due o più parole potrebbe dare un senso troppo direzionale a quella che potrebbe essere l’interpretazione di un brano. Una sola parola è come un solo grande argomento che getta un’ombra molto vasta da scoprire. E come la poesia ermetica? Direi piuttosto una possibilità di apertura verso chi è interessato ad ascoltare e comprendere i testi, che sono difficili da capire. A volte fanno fatica i carnici stessi a capire».
Questa lingua-osso che «suona esattamente come il circostante» è l’essenza di un’identità che in Carnia si scontra con una realtà «estremamente concreta e dura», dove la musica fatica a essere compresa se non è puro intrattenimento. Un contrasto che si fa decisamente fisico quando Silverio scende verso la pianura. «Far conoscere la propria musica in città è qualcosa di forte, ma per andare in città è anche sfibrante. Le vivo come luoghi malsani che trasudano cose negative per l’ambiente. Certo in città si trovano anche cose bellissime, movimenti culturali, opere d’arte c’è però anche tanta umanità condensata. E da quell’agglomerato escono anche tante cose tossiche. Ma non voglio farne un trattato».
Mentre parliamo di questo disagio figlio della «nevrosi urbana», emerge il racconto di un venerdì segnato da un piccolo sinistro stradale proprio in città, “incidente di percorso” che ha fatto tardare di qualche minuto la nostra intervista. Senza entrare nei dettagli di un aspetto lontano dalla musica (ed emerso solo per la circostanza dell’intervista), Silverio racconta dei problemi legati ai trasferimenti da «dover risolvere in fretta» a causa delle date (come quella al Gagarin), della macchina da sistemare, ma soprattutto la calma e la serenità che è riuscito a mantenere, provando ad infondere tranquillità all’altro automobilista coinvolto. «Vivere in luoghi più verdi e tranquilli è qualcosa che mi aiuta molto, soprattutto in questo momento della mia vita».

È in questa dimensione di ascolto si colloca Surtùm, un disco composto da «preghiere, composte a modo mio, certamente non in senso stretto. Non sono preghiere religiose. Non è scontato che qualcuno ti ascolti. Surtùm è anche il bacino dove vanno a depositarsi tutte le preghiere, ciò che rimane di noi quando abbiamo finito di parlare, quando le parole sono terminate. Nella speranza che possa lasciare del bene o comunque il seme di una riflessione. L’album è nato nella fase discendente di Hrudja, durante le ultime esperienze che stavamo avendo durante il tour. E io già sentivo un po’ di patire la lontananza da casa, sentivo che la cosa a cui tenevo di più era di andare a fare delle lunghissime camminate, che poi alla fine sono riuscito a fare. Dentro di me sentivo anche che era un momento molto emotivamente molto fragile e dentro avevo questa grande volontà e urgenza di voler provare a scrivere delle preghiere».
L’appuntamento con il concerto di Massimo Silverio per la rassegna Soglie a Busto Arsizio è domenica 29 marzo. L’apertura delle porte è prevista per le 18, mentre l’inizio del set live sarà alle 19. I biglietti sono acquistabili su Dice. Tutte le informazioni nell’articolo sottostante.
Massimo Silverio al Gagarin di Busto Arsizio conclude il trittico di Sogliæ
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