Gabriele Calindri: «Il teatro deve essere semplicità»
A Bisuschio per presentare la sua prossima regia teatrale, il figlio del celeberrimo Ernesto Calindri si racconta e dà il suo parere sul rapporto tra teatro e ragazzi
Quarantasei anni compiuti, figlio d’arte, Gabriele Calindri firma la regia dello spettacolo "Ciao, tu", l’ultimo appuntamento di Intrecci.
Al teatro San Giorgio di Bisuschio i prossimi 3, 4 e 5 maggio verrà rappresentato lo spettacolo teatrale che chiude il progetto culturale voluto dalla Comunità montana: la storia di Michele e Viola che, al primo anno delle superiori, inizieranno uno scambio epistolare che li porterà a conoscersi, ad analizzarsi, a rivelare speranze e inquietudini, attese e delusioni.
Sorriso aperto e cordiale, Gabriele con un fare semplice che mette subito a proprio agio, si racconta con un pizzico di ironia: «La carriera teatrale era obbligata. In una famiglia dove padre, madre e un fratello solcavano il palcoscenico cosa potevo fare? »
Ma il teatro è stato per Gabriele anche una vera passione, sbocciata nella libreria personale del padre dove erano riposti gli oltre 8000 mila libri che Ernesto aveva comprato e letto aveva letto avidamente nel corso della sua vita ( «un po’ per compensare la mancata maturità…»): «C’erano molti testi dedicati al teatro. Classici ma anche moderni, impegnanti e leggeri. Io ho sempre adorato leggere e ho assorbito stili diversi che, nonostante la mia impostazione classica, mi hanno avvicinato alla ricerca».
La svolta nella sua carriera avviene quando incontra e collabora con Ludwik Flaszen e , successivamente, con Jerzy Grotowski : « Ho imparato l’importanza della ricerca che va sempre abbinata al lavoro teatrale. Io non credo ai puristi che snobbano la ricerca o che ne fanno l’unico obiettivo. Le due cose vanno bilanciate per potersi migliorare. Ricerca, in teatro, vuol dire sperimentare sulla voce, sul movimento, sull’energia che sprigiona il nostro corpo quando si recita».
E l’incontro con il teatro dei ragazzi a quando risale?
« È stato un tentativo che, insieme a due amici, abbiamo voluto fare al teatro Buratto. Una sperimentazione che abbiamo potuto realizzare per un anno, saltuariamente. Durante quell’esperienza, ho avuto modo di avvicinare l’ambiente degli attori, della regia: ho accettato un incarico che mi ha aperto gli occhi su uno stile completamente nuovo sia per il linguaggio, sia per il movimento sia per le scenografie magari meno curate ma più briose». ( nella foto, Gabriele insieme all’attore Angrea Gosetti)
Cos’è meglio, per un ragazzo, un testo classico o uno spettacolo dedicato?
«Secondo me, è meglio lo spettacolo buono. Non importa se classico o per ragazzi, l’importante è che trasmetta le giuste emozioni. Niente di pretenzioso, nessun nome altisonante, ma il giusto equilibrio e una grande dose di semplicità per arrivare al cuore degli spettatori. Peter Brook, prima di un esordio, faceva vedere il lavoro ad alcune scolaresche: in base al loro giudizio, sapeva se la rappresentazione avrebbe avuto successo. Anche per noi "Ciao, tu" è un banco di prova impegnativo: è una scommessa. Ma ci crediamo e accettiamo tutti i rischi».
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