Troppo rumore: gli aeroporti devono pagare
Lo ha deciso il Consiglio di Stato che ha dato ragione all'associazione nazionale dei comuni aeroportuali
Chi fa rumore paga. Lo ha decisio il Consiglio di Stato, stabilendo che gli aeroporti dovranno pagare i comuni per l’inquinamento acustico che causano. Per garantire tale copertura, le società che gesticono gli aeroporti dovranno prevedere degli accantonamenti e un impegno di spesa per una quota non inferiore al 5 per cento dei fondi iscritti a bilancio per «attività di manutenzione e potenziamento delle infrastrutture da utilizzare per interventi di contenimento e abbattimento del rumore nelle zone limitrofe agli aeroiporti da eseguire presentando preventivamente il relativo piano al Comune». Inoltre l’obbligo di accantonamento scatta a prescindere dall’effettiva verifica del superamento dei limiti.
Il giudice d’appello della giustizia amministrativa ha dato, dunque, ragione all’associazione nazionale dei comuni aeroportuali (Ancai). Prima di questa decisione, il risultato più significativo dell’Ancai è stata la cosiddetta “tassa sul volo”, introdotta nella scorsa Finanziaria, anche se la stragrande maggioranza degli introiti del primo anno andranno allo Stato e non ai comuni interessati.
«Ch rompe paga – commenta Mario Aspesi, sindaco di Cardano al Campo e vicepresidente dell’Ancai -, ma questa so che è una visione miope. È una prima vittoria, l’attenzione, però, va spostata sulla mancata attuazione del decreto D’Alema. Perché si continuano ad autorizzare i voli notturni? Perchè abbiamo dovuto attendere tre anni per avere una commissione di studio e sette per un progetto? Noi non siamo contro lo sviluppo del territorio e tantomeno contrari alla mobilità. Siamo consapevoli che Malpensa è stato un grande investimento economico, ma al tempo stesso abbiamo la consapevolezza di vivere su un territorio ad alta densità abitativa. In questa zona, che tra l’altro fa parte del Parco del Ticino, vivono 470 mila persone. Non si possono fare gli aeroporti in mezzo alla gente. Credo che sia venuta l’ora di studiare un piano nazionale della mobilità aerea, tenendo conto di questi dati, della presenza di altri aeroporti e delle esperienze straniere, come Parigi, Francoforte o Londra. Oggi credo che non ci debba fare paura l’Alitalia, bensì la Lufthansa».
All’Associazione nazionale comuni aeroportuali italiani possono aderire solo quei comuni il cui territorio sia confinante con un sedime aeroportuale, o ne disti non più di 10 chilometri. Dal 1997, anno della fondazione, l’Ancai conta circa un centinaio di associati che rappresenta dinanzi agli organi centrali dello Stato e in ogni sede giurisdizionale.
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