Giro di vite sui canapai svizzeri
Dei 75 rivenditori di cannabis ne sono rimasti aperti solo quattro. Una manovra sopratutto contro i compratori italiani
Un’odissea, quella dei canapai. Almeno quelli svizzeri. Diffusisi a macchia d’olio negli ultimi anni nel Canton Ticino, nel giro di altrettanti pochi anni sono stati decimati. È notizia di oggi che dei 75 punti vendita di prodotti derivati dalla fatidica pianta ne siano rimasti attivi solo 4. Un’ecatombe.
E le indagini, assicurano le autorità, promettono «sviluppi clamorosi».
Una vita non facile, la loro. I problemi cominciarono già nel 2001 con una serie di assalti notturni alle vetrine dei negozi, con lanci di sanpietrini e conseguenti furti dei sacchettini contenenti le preziose essenze a base di cannabis.
Poi e sopratutto le crociate oltranziste dei partiti conservatori, partiti lancia in resta contro la minaccia alla gioventù svizzera e contro l’invasione di stranieri, italiani sopratutto, pronti ad approfittare dell’insperato paradiso offerto dai rivenditori oltre confine.
E infine, la Legge. Che ha iniziato a vedere storto il sospetto andirivieni dai negozi.
Il motivo è noto: l’erba venduta, apparentemente smerciata come essenza profumata e rilassante in appositi sacchettini, ha dei valori di THC (Tetraidrocannabinolo la sostanza chimica antidolorifica ed euforizzante) illegalmente alti. A tal punto che anche su internet sii trovano commenti spiritosi sulla vicenda: «si sono accorti che se l’uso fosse solamente quello di “essenza profumata”, con tutta l’erba che hanno venduto negli ultimi due anni i cittadini svizzeri avrebbero dovuto stare a mollo nella vasca ININTERROTTAMENTE da quando avevano 12 anni!», è scritto nell’homepage cannabis.
Insomma qualcosa non quadra. Da qui le indagini volte a verificare la presenza di vendite illegali di canapa a scopo stupefacente. Le inchieste sin qui hanno portato alla chiusura della maggior parte dei negozi, al sequestro di numerose coltivazioni di canapa e di ingenti quantità di denaro di cui si sospetta una provenienza illecita.
In Svizzera, anche questo è noto, esiste un buco nella legislazione: è possibile coltivare la celebre Maria, anche venderla, a patto che non la si consumi. O almeno per le vie consuete, il buon vecchio spinello. La possibilità di utilizzarla come essenza per profumare la biancheria piuttosto che per un bagno rilassante, o un antistress al posto dell’incenso, l’ha di fatto sdoganata. Ma con un tale volume di affari che ha destato qualche legittimo dubbio. E una raffica di decreti che riducono drasticamente la libertà d’azione: impossibile comprare in euro, vietato vendere agli italiani, i negozi possono aprire solo a 150 km dal confine italiano.
Aspettiamo di vedere cosa potrà accadere in Italia. E a Varese, sopratutto. Fedele alla sua vocazione pionieristica, la nostra città è stata tra le prime ad accogliere il nuovo business con l’apertura di due punti vendita in città e con l’annunciata, da qualche tempo, annunciata apertura in franchising canapai a Busto e Gallarate.
Gianluca Borghi, titolare de “Il canapaio”, il primo negozio nato a Varese, è tranquillo. «In Italia no ci sono problemi. E neanche indagini. Tutto quello che vendo e si vende qui da noi è legale. In Svizzera vendono mariuana. Noi vendiamo prodotti certificati dall’asl». Quanto ai semi di canapa, assicura Borghi «sono solo semi da collezione».
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