Kendy e Melità, due vite unite dalla disabilità
Il viaggio in «quella parte di Haiti che fino a qualche tempo fa veniva considerata fatta di “segnati”, persone nate con una colpa che il destino aveva reso troppo evidente»
Un duro impatto con la disabilità, non solo fisica o mentale, ma soprattutto sociale. Con quella parte di Haiti che fino a qualche tempo fa veniva considerata fatta di “segnati”, persone nate con una colpa che il destino aveva reso troppo evidente. Per questo la madre di Kendy ha abbandonato il figlio nove anni fa, appena nato. Oggi è un bambino assistito giorno e notte da Melità, donna che ha ormai completamente dedicato la vita a questo bambino. Siamo andati a trovarli oggi pomeriggio, insieme a don Mauro.
Ci accolgono nella casa nuova, in muratura, sempre con il tetto in lamiera e con due luci a led e pannelli solari. Ad accoglierci, oltre a Melità e Kendy, c’è anche Roselene, giovane donna che insegna all’Azion Gasmin, il gruppo della parrocchia per i ragazzi con disabilità fisiche e mentali. Kendy frequenta questo gruppo ed è uno dei casi più gravi: non cammina, non parla e capisce molto poco.
«La madre lo ha abbandonato appena nato – racconta Melità -, per tre anni è sopravvissuto con qualcuno che lo teneva come poteva». Non si riesce a sapere di più, ma è presumibile che Kendy fosse in una famiglia che, per cultura, lo teneva nascosto. Tre anni in cui le sue condizioni non hanno potuto far altro che peggiorare. «Poi don Giuseppe Noli mi ha chiesto di occuparmi di lui – prosegue Melità -. Ho accettato e oggi questo bambino è la forza della mia vita».
Melità non nasconde le difficoltà: «Mi assorbe ogni momento della giornata e non ho tempo per me. Una volta andavo anche a fare il mercato, ma non posso più. Dovrei anche fare un esame medico, ma non so quando poter andare. Sento che sto facendo scorrere la mia vita dietro a Kendy. Sono contenta ma come faccio a trovare un marito senza aiuti?».
Chiediamo a Melità cosa la spinga ad andare avanti con questo forte impegno che ormai dura da sei anni. Lei sorride e risponde come se fosse normale: «Sicuramente la forza nella preghiera e nel signore».
A spiegare la situazione in generale che vivono i disabili è Roselene, l’insegnante che si occupa di cinque bambini con disabilità più leggere di Kendy: «Oggi questi bambini entrano in relazione con gli altri e già questo è una grande spinta al miglioramento – racconta -. Prima erano abbandonati a se stessi, ora vedono intorno a loro qualche interesse che gli stimola. Quello che è importante è l’inserimento nella scuola con gli altri: l’aiuto è reciproco perché anche i bambini normali imparano a vivere con loro».
Kendy sembra molto curioso, ogni tanto si innervosisce a vedere tante persone, ma si calma subito appena gli parla Melità o don Mauro. Dobbiamo andare, salutiamo Melità e il suo sguardo è più una richiesta d’aiuto, non solo per Kendy, ma anche per lei. È una donna forte, quando ci saluta dall’ingresso di casa sua ha un sorriso triste e felice allo stesso tempo. Sembra chieda di non essere lasciata sola.
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