Poveri ma belli. Viva la recessione

Mentre tutti imprecano contro la crisi, c'è chi vi coglie l'opportunità di un cambiamento epocale: è Maurizio Pallante, autore de "La felicità sostenibile" e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice

Un pensiero fuori dal coro, se non rivoluzionario. È quello di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice e già consigliere del ministero dell’Ambiente, ospite giovedì sera della libreria Boragno di Busto Arsizio per presentare il suo ultimo saggio, "La Felicità sostenibile", edito da Rizzoli.
Un volumetto agile ma denso di contenuti, che fa appello ad una visione completamente differente da quella cui siamo abituato su concetti come crescita o recessione. In breve: per Pallante, l’ideologia della crescita e del Pil come indicatore unico del benessere di una nazione è un male in sè, un falso mito: la decrescita invece può, nonostante sembri un controsenso in termini, essere felice. Purchè si seguano tre ben precisi pilastri: un cambiamento degli stili di vita; l’adozione di moderne tecnologie che consentano il massimo risparmio di energia, di emissioni e di produzione di rifiuti; un’azione pressante sulla politica, a tutti i livelli, perchè accompagni e favorisca queste pratiche nell’interesse generale.

Non si tratta banalmente di tornare all’epoca delle caverne, come certa facile propaganda bolla ogni idea ambientalista. Il pensiero di Pallante è complesso, ma alla base ha il riconoscimento, esplicitato dall’autore nell’incontro con il pubblico, che la civiltà globale fondata sui valori economici "occidentali" è alla vigilia di una svolta epocale. Il cambiamento in corso sarebbe pari a quello tra il Medioevo e il Rinascimento. E c’è da credere che non sarà meno sofferto, e ricco di contenuti.

Alla riflessione sui temi dell’ambiente e dell’uomo, dell’energia e delle risorse, a un ambientalismo che è, dichiaratamente, a base non etica ma scientifica, Pallante, classe 1947, è giunto dagli anni Settanta quando il Club di Roma e persone lungimiranti come il dirigente Fiat Aurelio Peccei preannunciavano i limiti della crescita. Invano sbeffeggiati prima della presnte crisi, avevano invece centrato il problema, con estrema lucidità. La crescita, per definizione, non può proseguire in eterno, nemmeno cambiando continuamente il paradigma di riferimento. Le risorse sono limitate, è noto: già oggi scarseggiano rame, e prossimamente petrolio – il considdetto peak oil, l’esaurimento di metà delle risorse note agevolmente estraibili, sarebbe vicino, se non già raggiunto.
Tutto ciò induce a rivedere i comportamenti e le convinzioni standard. A partire ad esempio dall’equivalenza tra beni e merci. Due concetti diversissimi per Pallante e seguaci. Il bene è qualcosa che serve, è utile, o piace; la merce è ciò che va acquistato con denaro per essere goduto. Non tutte le merci sono beni; e soprattutto, non tutti i beni sono merci. Ci sono prodotti di scarsa utilità; e le amicizie, o l’amore, non si comprano al mercato. "Tagliare" le merci che non sono beni  non implica rinunce o privazioni, sostiene Pallante. E fa calare, sissignori, il "dannato" Pil.
"Sii laudato, mi’ Signore, per nostra sorella recessione" arriva a scrivere ironicamente l’autore, cogliendo nella crisi attuale l’opportunità di cambiare corso. Lo fa dando fiducia alla tecnologia antisprechi, su tutte quella per il riscaldamento domestico che con le opportune coibentazioni e ristrutturazioni (che darebbero lavoro a moltissimi) consente risparmi sul combustibile a partire dai due terzi di quanto oggi si spende ed emette in atmosfera. Esistono addirittura "abitazioni passive" talmente ben isolate da mantenere all’interno venti gradi se fuori ce ne sono venti sottozero, in pratica senza impianti di riscaldamento. Difficile da credere, ma è così.

«La decrescità è volontaria, mentre la crisi, la recessione, la subiamo» argomenta Pallante. La crisi è di sovrapproduzione di merci, non solo finanziaria come si cerca di dare a bere: è il modello economico che è sballato, e porterà sempre a questo tipo di crisi, tanto più gravi in quanto l’economia globale è ormai un blocco compatto. Come si fa, si chiede, in questo quadro a proporre un rilancio della crescita tramite incentivi per auto che incolonnate rendono invivibili le zone urbane, e per l’edilizia che ha divorato ogni spazio verde delle stesse mentre nella sola Milano ci sono trenta grattacieli Pirelli di uffici vuoti? Se per l’auto, di cui siamo tutti schiavi, il discorso è difficilissimo e implica trasporti e tempi di vita e lavoro rivoluzionati, per l’edilizia la soluzione è semplice e drastica: blocco totale. Non si costruisce se non dove prima si è demolito, oppure si ristruttura, propone Pallante. Non saranno felici i proprietari di terreni edificabili. Una sfida alla politica, di destra e di sinistra, visto che almeno la vesione maggioritaria di quest’ultima non propone che una variante "solidale" del modello standard comunque incentrato sull’ideologia della crescita.

Cambiando ambito, la filosofia della Decrescita Felice mira al "saper fare" individuale, a fare da sè tutta una serie di cose che oggi si comprano, per fretta  nella convinzione di non saperle produrre da sè. A partire dalle piccole cose, come il pane. Togliere al mercato per dare a sè stessi: tempo, denaro, convinzione di sapersela cavare. Anche adottando strategie come l’adesione ai Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) che consentono un risparmio notevole sulla spesa.

E se l’opinione, detto ciò, restasse quella che in fondo sono solo belle parole, e che tutto ciò che abbiamo è frutto dell’economia "a rotta di collo" degli ultimi centocinquant’anni, un’ultima riflessione di Pallante potrà essere utile. Negli Stati Uniti, dove sembrano emergere segnali autorevoli di cambiamento, a partire dalla stessa Casa Bianca, oltre il 50% della popolazione fa uso regolare di psicofarmaci, e si cerca di imporli anche ai bambini. È questa la felicità portata dalla crescita? E quanto tempo ci resta per noi stessi quando siamo costretti a lavorare come schiavi, senza altro scopo nella vita fino ad abbandonare i nostri figli per gran parte della giornata, per procurarci merci che non ci servono, ma ci tengono legati al sistema?

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 novembre 2009
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