Un premio per diffondere “il virus dell’attenzione”

In diretta su varesenews tv la conversazione sul premio Carlo Chiodi tra il presidente, Marco dal Fior, e il direttore Marco Giovannelli: dove si è scoperto che "la vita non è la notizia, e la notizia non è la verità"

Marco Giovannelli e Marco dal FiorRaccontare la vita, per rendere diversa la vita delle persone: a volte, il mestiere di giornalista ha un obiettivo davvero ambizioso.  Ma che, se ben orientato può fare molto bene: perchè molto spesso una piccola storia racconta della nostra vita molto più di tanti particolari di cronaca nera; perchè il racconto di un eroismo quotidiano può valere più di mille commenti di politica. 
E’ per promuovere questo modo di comunicare, di cui era maestro il giornalista varesino Carlo Chiodi prematuramente scomparso l’anno scorso, che è stato istituito il Premio Carlo Chiodi, di cui il presidente, Marco dal Fior, giornalista anch’esso (fino a qualche settimana fa, responsabile del dorso lombardia di Corriere della Sera) è venuto a raccontare i particolari, ma soprattutto i valori, nella diretta di Varesenews tv del mercoledì.
 
«Il premio è un un sistema per ricordare, nella maniera più appropriata, la figura di Carlo Chiodi, che è stato la voce di Radio missione francescana e prima ancora di radio Super Varese – Ha spiegato Dal Fior alle telecamere di Varesenews e al direttore Marco Giovannelli, che lo ha intervistato – Io ero nella radio concorrente, che era radio Varese, ma siamo rimasti amici per molti anni anche perchè ci conoscevamo dalla quarta ginnasio. Tra noi avevamo molte idee diverse, ma una stessa attenzione per le persone. Eravamo entrambi convinti profondamente che la notizia non è un’arma che si può usare a vanvera, perchè in essa sono sempre coinvolte delle persone e gli si può fare davvero male».

L’obiettivo del premio perciò è quello di «Diffondere il “virus dell’attenzione” per la vita delle persone, la “vita sottotraccia” come mi piace chiamarla – continua il preisdente del premio – E’ importante metterci i riflettori, andare oltre alla cronaca da gran guignol che appartiene spesso alla “nera” e alla politica: e, in questo sono sempre stato d’accordissimo con Carlo, anche perchè sono quelle storie a rappresentare la vita vera».

E, in effetti, “La vita non è una notizia”: e quando Giovannelli cita questa frase, pronunciata da un suo amico, Dal Fior conferma «E’ proprio così: all’inizio della carriera ti venderesti la mamma per una notizia, poi mano mano che accumuli esperienza ti rendi conto che non ne vale la pena, meglio portare pazienza e cercare la verità. Perchè la notizia non è la verità. Spesso mi capitava di vedere collaboratori catapultati a Repubblica o al Corriere, “gasati” dal fatto che scrivevano in giornali a rilevanza nazionale. Ma io dicevo loro che quando cominciano a lavorare in un giornale importante è come se improvvisamente si ritrovassero in mano un bazooka: efficente se lo usi bene, ma con cui si può fare senza volere dei danni micidiali».

Un danno che la stampa corre quotidianamente il rischio di provocare: «Il rischio è sempre presente: non solo per quanto riguarda la caccia alla notizia, che è in fondo il compito del giornalista. Quanto sul come trattarla. E’ un problema di chi scrive, che spesso ha preoccupazioni che non riguardano il lettore – quello di dire qualcosa di più, di non prendere e magari dare “buchi” agli altri colleghi- ma riguardano più noi giornalisti. Ed è un problema anche del giornale, che deve stare attento, in titoli e gerarghie a non ritrovarsi nel grand guignol, pur essendo tenuto a dare la notizie».

La morale è che: «Bisogna cambiare in modo radicale il modo di fare i giornali. Se voglio le notizie di oggi leggo Varesenews in internet, senza nemmeno uscire di casa. Se voglio le notizie del mondo mi arrivano direttamente sul telefonino – spiega il giornalista – Questo non significa che i giornali spariranno: io sono convinto che invece resisteranno, come ha resistito il teatro alla tivù e al cinema. Ma, a maggior ragione in un mare magnum di notizie in rete, il lettore chiede al giornale di fornire una gerarchia, una chiave di lettura: sennò fa prima a cercarle da sé. Il giornale dovrebbe arrivare a farmi capire la realtà: se invece me la scarica tutta sulla sua pagina, acriticamente, io sono al punto di prima. Tant’è vero che io penso che i giornali a volte chiudano non perchè schiacciati da internet, ma perché non riescono a interpretare la loro gente. I giornali hanno un pubblico di riferimento, e devono soddisfarlo: sennò hanno un problema».
Ora, in occasione del premio, «L’invito a tutti è ad aprire gli occhi: e se vedono qualcosa che vale la pena di essere raccontato, lo facciano e lo mandino al concorso. Perchè le notizie diventano vere nel momento in cui le racconti: prima, non sono niente».

Il video della diretta



di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 ottobre 2011
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